Parto indotto: quando è necessario e come funziona

L’induzione del parto è un trattamento utilizzato per avviare le contrazioni del travaglio quando, per diverse ragioni, il bambino si fa attendere un po’ troppo o il proseguimento della gravidanza mette a rischio la sua salute o quella della mamma.

Probabilmente, leggendo i forum online o confrontandoti con altre mamme, avrai sentito esperienze molto contrastanti su questa tecnica. Cerchiamo allora di fare chiarezza e di rispondere alle domande e ai dubbi più comuni sull’argomento.

Cos’è esattamente il parto indotto?

Per parto indotto si intende una procedura medica volta a provocare artificialmente il travaglio quando questo non inizia spontaneamente. L’obiettivo principale è quello di stimolare le contrazioni uterine per ottenere un travaglio attivo e permettere la nascita del bambino in sicurezza.

Quando è consigliato il parto indotto?

L’induzione del parto viene proposta solitamente dopo la 41esima settimana di gravidanza, poiché con il prolungarsi della gestazione la placenta tende a invecchiare e a ridurre l’apporto di ossigeno al bambino.

In aggiunta, si consiglia di procedere all’induzione anche nelle seguenti situazioni:

Quali sono le controindicazioni?

Il parto indotto è controindicato in caso di: 

  • precedente parto cesareo
  • placenta previa (troppo bassa)
  • precedente intervento chirurgico all’utero
  • posizione podalica o trasversa del bambino
  • infezione da herpes simplex genitale
  • grave compromissione delle condizioni fetali

Come avviene il parto indotto? Le tecniche

L’induzione al parto può essere eseguita con diversi metodi, che possono essere utilizzato singolarmente o in combinazione. La scelta della procedura varia a seconda della specifica situazione e dipende soprattutto dal grado di maturità della cervice uterina.

Per valutare la maturità, viene utilizzato il cosiddetto Indice di Bishop, un punteggio da 0 a 13 che considera la consistenza, la posizione e la dilatazione cervicale.

Scollamento delle membrane

È una manovra eseguita manualmente durante la visita interna, che consiste nel separare il sacco amniotico dalle pareti dell’utero. Lo scopo è stimolare il rilascio di prostaglandine per accelerare la maturazione della cervice uterina.

La manovra può essere fastidiosa e causare la comparsa di sensazioni dolorose nelle 24 ore successive.

Dilatatori meccanici (palloncino)

Si tratta di dispositivi che dilatano meccanicamente la cervice uterina, stimolando la produzione di prostaglandine e di ossitocina.

Solitamente sono composti da un tubicino flessibile con un palloncino all’estremità. Dopo aver introdotto il dispositivo all’interno della vagina, il palloncino viene gonfiato con della soluzione fisiologica e, dilatandosi, agisce allargando la cervice uterina.

L’inserimento può essere un po’ doloroso, ma generalmente il dolore scompare una volta posizionato il dispositivo.

Prostaglandine sintetiche

Si tratta di farmaci che possono essere somministrati per bocca (come il mistoprostolo) o per via vaginale, attraverso l’applicazione di un gel o l’inserimento di una fettuccia (un dispositivo a rilascio graduale del farmaco).

Rottura artificiale delle acque (amnioressi)

Può essere praticata solo se la cervice uterina è dilatata. Consiste nella rottura del sacco amniotico tramite uno strumento simile a un uncinetto in plastica.

Non è una procedura dolorosa e serve ad aumentare le contrazioni uterine.

Ossitocina

Viene somministrata per via endovenosa e serve a stimolare le contrazioni o ad aumentarne la frequenza e l’intensità.

Rappresenta l’ultima fase della procedura di induzione: in caso di insuccesso, ossia di mancato avvio del travaglio attivo, il bimbo verrà fatto nascere attraverso un parto cesareo.

Quali sono i rischi del parto indotto?

Il parto indotto può esporre mamma e bambino a un maggior rischio di sviluppare alcune complicazioni:

  • parto cesareo (quando l’induzione non ha successo);
  • rallentamento del battito cardiaco del bambino (è un possibile effetto collaterale delle prostaglandine e dell’ossitocina);
  • infezioni a carico della mamma o del bambino;
  • emorragia post partum (per l’assenza di contrazioni spontanee da parte dell’utero).

Per queste ragioni, l’induzione e al parto viene effettuata solo in caso di necessità e dopo un’attenta valutazione dei rischi e dei benefici da parte del ginecologo.

Si può fare l’anestesia epidurale con il parto indotto?

In assenza di particolari controindicazioni, si può effettuare l’anestesia epidurale (o altre tecniche di controllo del dolore) anche durante il parto indotto, specialmente quando i tempi della procedura sono particolarmente lunghi.

In alcune strutture, inoltre, l’epidurale è utilizzata proprio come strumento per rilassare maggiormente la cervice uterina.

Domande frequenti (FAQ)

Quanto dura la procedura di induzione?

L’induzione richiede pazienza. Può durare dalle 24 alle 48 ore. Questo non significa che avrai contrazioni forti per tutto il tempo, ma che il corpo ha bisogno di tempo per “mettere in moto” il travaglio.

Il parto indotto fa più male di quello naturale?

Il dolore è soggettivo, ma effettivamente può accadere che le contrazioni indotte siano più intense o più stancanti di quelle naturali, perché possono iniziare in modo più repentino. La buona notizia è che, in assenza di particolari controindicazioni, è possibile richiedere l’anestesia epidurale anche durante un parto indotto.

E se l’induzione non funziona?

In alcuni casi l’induzione può fallire (mancato raggiungimento del travaglio attivo dopo molte ore). Se la salute di mamma e bebè è stabile, si può tentare un secondo ciclo o, in alternativa, procedere con un taglio cesareo.

Fonti