Buongiorno mamme: le chat di gruppo viste da un papà

Ovviamente non c’è nessuno che abbia deciso che i padri non contano. Il meccanismo è più sottile.

”Buongiorno mamme! 🌸”

Allora ragazze, ci siamo organizzate per il regalo?

Qualche mamma sa se domani c’è rientro?

Mamme, mia figlia dice che domani si entra tardi. È vero?

Ciao, puoi ricordare alle mamme della classe che domani i bimbi devono portare un quaderno a righe? Grazie

Questi sono solo alcuni dei messaggi che si possono leggere sulle chat di gruppo delle scuole di ogni ordine e grado. Qual è il problema? Sono rivolte a donne, alle madri, escludendo i padri. Sì, è probabilmente un problema secondario, ma ne racconta uno primario. Ci lamentiamo tanto (giustamente) della poca presenza dei padri nella crescita dei figli e di come spesso tutto sia di “competenza femminile” e quando i padri ci sono (e nei gruppi di classe ci sono!) non vengono visti. Forse non è un problema. Ma è comunque interessante.

Cosa raccontano le chat di gruppi di classe

Al di là dei messaggi vocali per chiedere cose banali o ripetute, al di là degli auguri di Natale, Pasqua e Ferragosto e, ancora, al di là delle richieste su dov’è finita la felpa del proprio figlio, le chat di gruppo delle classi raccontano uno spaccato molto interessante su quanto e come vengono percepiti i padri. Anche quelli ben intenzionati a far parte della vita del proprio figlio.

Ovviamente non c’è nessuno che abbia deciso che i padri non contano. Il meccanismo è più sottile. Per questo meno evidente. È una sorta di esclusione costruita un messaggio alla volta, nel modo in cui si nomina il destinatario, si sceglie il tono, si dà per scontato chi è il referente naturale di quella comunità.

Comincia dal nome del gruppo. “Mamme 2ª B” è il caso più eloquente, ma non l’unico. Poi basta leggere per cinque minuti per capire a chi si rivolge davvero. Non è il nome a escludere, è il registro. Un registro che nel tempo si è sedimentato, che appartiene a una rete di relazioni già esistente, a dinamiche sociali che precedono il gruppo stesso. Spesso le mamme si conoscono fuori dal gruppo, si incontrano all’uscita da scuola, hanno già costruito un codice comune. Il gruppo WhatsApp non crea quella comunità, la riflette. È il padre che entra in qualcosa che esiste già senza di lui.

È altrettanto interessante che questo vocabolario al femminile venga utilizzato non solo dalle mamme, ma anche dalle stesse insegnanti. Per lo più donne (soprattutto nelle scuole dei bambini più piccoli) che si rivolgono ai genitori come se davanti avessero sempre e solo mamme. Ma la realtà, da tempo, anche se geograficamente non uniforme, è ben diversa. I padri ci sono. E basterebbe rivolgersi a generici “genitori”, più che distinguere tra madri e padri. Eppure questo non avviene.

C’è poi la questione dell’organizzazione. Il regalo per la maestra, la pizza di fine anno, la raccolta fondi per la gita: tutto passa dalla chat, tutto si decide lì. I padri che seguono (e molti seguono, silenziosamente, ogni giorno) leggono le proposte, votano con un pollice su, pagano la quota tramite il numero di una mamma che fa da coordinatrice. Partecipano, ma come comprimari. La regia è altrove, e la regia non li ha chiamati. Non perché non siano benvenuti, ma perché nessuno ha mai pensato di chiamarli.

Il punto più rivelatore, però, è un altro: cosa succede quando un padre prova a prendere iniziativa. Non a rispondere, a proporre. A scrivere per primo “ho sentito che domani la palestra è chiusa, qualcuno conferma?” o “per la gita, secondo voi è meglio raccogliere i soldi prima o dopo?”. Il messaggio viene letto. A volte riceve una risposta. Ma non innesca lo stesso tipo di reazione; non genera la catena di cuoricini e di “grazie mille!!!” che si attiva automaticamente con le stesse parole scritte da una mamma. Non è ostilità. È qualcosa di più difficile da nominare. Forse è una specie di sorpresa silenziosa, come se la voce fosse giusta ma l’accento leggermente straniero.

La maggior parte dei padri, dopo un po’, smette di provarci. Silenzia il gruppo, lo controlla una volta al giorno, delega. È anche una risposta razionale a un ambiente che non li ha mai davvero interpellati. Se ogni messaggio collettivo si rivolge alle mamme, prima o poi anche il padre più presente impara che quel canale non è il suo.

C’è però un dettaglio che vale la pena nominare, anche “solo” per onestà intellettuale. A molti padri questa dinamica fa anche comodo. Silenziare la chat, delegare le questioni della scuola, restare dei comprimari, non è solo una risposta razionale a un ambiente che li esclude. È anche un alibi perfetto. Non si tratta, infatti, di puntare il dito contro qualcuno, ma di raccontare un fatto. Quello dei gruppi di classe che non riflettono (o almeno non del tutto) quel cambiamento genitoriale e generazionale che stiamo vivendo. 

I padri di oggi (quelli tra i trenta e i quarantacinque anni), sono quelli che accompagnano i figli a scuola e alle varie attività, che parlano con gli insegnanti e prendono il congedo parentale. Ma il linguaggio sociale cambia più lentamente della realtà che dovrebbe descrivere. E così capita di trovarsi in una chat di classe dove sei presente ogni giorno, partecipi, leggi tutto e ogni mattina qualcuno ti ricorda, senza volerlo, che non era per te.

Ma intanto, da qualche altra parte, qualcuno si chiede perché i padri non siano abbastanza coinvolti nella vita scolastica dei figli.