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È uno sfogo, molto di natura personale. Ma fondato e ragionato. Smettetela di dirci come fare i genitori. Perché l’intento – ci credo, non ho motivo di dubitarne – è positivo e costruttivo, ma l’intento in alcuni di noi è devastante. Colpa nostra? Forse, se si considera la fragilità una colpa. Ma forse un po’ più di tatto e attenzione non guasterebbe.
Quante volte aprendo Instagram, TikTok, YouTube e Facebook e visualizzando qualche reel ti è comparso un contenuto di un professionista (pediatra, psicologo, terapeuta, specialista) che in pochi secondi ti spiega perché stai sbagliando il sonno, lo svezzamento, il modo in cui dici “no”. Il video finisce, ne parte un altro, poi un altro ancora. Quando posi il telefono non hai imparato niente di utilizzabile, ma porti addosso una sensazione precisa e nuova: quella di non essere all’altezza. È un’esperienza così diffusa da sembrare naturale. Non lo è.
Il paradosso? Che molti di quei video stanno lì a spiegarti che sbagli anche a sentirti un genitore inadeguato, sbagliato e imperfetto. Non rendendosi conto che stanno contribuendo a fomentare ciò che vorrebbero curare. Non in tutti. Magari solo in alcuni. E queste parole sono a tutela di quei pochi.
Essere genitori: da dove arriviamo e dove stiamo andando
Prima ancora che esistesse il primo reel, l’asticella era già stata alzata oltre il raggiungibile. Lo aveva mostrato la sociologa Sharon Hays a metà degli anni Novanta, descrivendo quella che chiamò intensive mothering, ovvero l’ideologia della genitorialità intensiva: l’idea, diventata senso comune, che crescere un figlio sia un compito centrato interamente sul bambino, guidato dagli esperti, emotivamente totalizzante, ad altissima intensità di lavoro e costoso. Un progetto a tempo pieno in cui ogni scelta pesa e ogni errore lascia un segno.
Hays parlava di madri, ma poi il modello si è esteso a chiunque cresca un bambino. La genitorialità contemporanea è una costante aspettativa di dedizione assoluta che nessun genitore reale, con un lavoro, una casa e una vita propria, può onorare per intero. I reel non hanno inventato questa ansia. Ne hanno industrializzato la distribuzione, portandola dentro la tasca, alle due di notte, in dosi da trenta secondi. Con un’altra aggravante: l’amplificazione dell’opinione individuale dei professionisti del settore.
Perché sì, diciamocelo chiaramente, su molti aspetti (vedi il sonno, l’educazione, il gioco) non ci sono regole certe. Non sono malattie virali da curare con un farmaco. Sono realtà complesse per le quali ogni professionista ha, legittimamente, le sue idee e le sue basi accademiche e scientifiche da cui partire. Il problema è che l’utente finale che riceve quei contenuti si trova un giorno a sentire che per far dormire il figlio deve fare A e il giorno dopo che deve fare B o, peggio, che nel primo reel c’è quel professionista che gli dice di fare C e al reel immediatamente successivo un altro professionista gli dice di fare Z.
Possiamo sopravvivere a tutto questo? Probabilmente no. I pochi per cui sono queste parole non ci stanno riuscendo.
Trenta secondi non bastano a crescere nessuno
Qui sta il cuore della questione, ed è un problema di forma prima che di contenuto. Un reel vive di una struttura commerciale: un problema, una soluzione, una chiusura soddisfacente, l’invito a un’azione (compra il corso, contattami, scrivi un commento). L’obiettivo è informare, certo, ma facendolo con le regole dell’algoritmo dei social. A risentirne è il lavoro di qualsiasi giornalista che vive di informazione, figuriamoci quello di professionisti della salute, del sonno, dell’alimentazione e dell’educazione.
Quello dei reel è un formato perfetto per montare un mobile o una ricetta. Ma è strutturalmente inadatto a tutto ciò che non ha una soluzione in trenta secondi. E crescere un figlio appartiene per intero a questa seconda categoria. Ne consegue che ogni reel genitoriale è, per definizione, una piccola menzogna sulla trattabilità del problema, a prescindere da quanto sia competente o in buona fede chi lo gira. Non perché menta sui fatti, ma perché la sua forma promette una linearità (c’è un problema, ecco la risposta) che la realtà di un bambino non concede mai.
Su questo terreno agisce un meccanismo psicologico vecchio quanto l’essere umano, che i social hanno solo amplificato ed esasperato: il confronto sociale. È la tendenza naturale a misurare noi stessi guardando gli altri. Teorizzato per la prima volta da Leon Festinger negli anni Cinquanta, è il motore silenzioso che gira a ogni scroll. E le ricerche su genitori e social raccontano un esito controintuitivo, che vale la pena fissare bene.
Verrebbe da pensare che a ferire siano le immagini più patinate, la madre perfetta nella cucina perfetta. È vero il contrario, o quasi. Diversi studi mostrano che i contenuti percepiti come autentici (il creator che racconta la giornata difficile) generano un confronto più intenso e più doloroso proprio perché sembrano comparabili alla tua vita.
I numeri danno corpo a tutto questo. In una ricerca su oltre settecento madri, fare confronti sui social risultava associato a un maggiore senso di sovraccarico del ruolo genitoriale, a una minore percezione della propria competenza e a livelli più alti di sintomi depressivi. Un altro filone di studi sulle utenti di Instagram collega l’esposizione ai contenuti idealizzati di maternità a un aumento di ansia e invidia, con un calo della fiducia nelle proprie capacità di genitore. Il reel non ti informa: ti misura. E la misura, sistematicamente, ti dà perdente.
La soluzione non è una soluzione
A questo punto qualcuno obietterà: e allora basta non guardare. Se fosse così semplice, non staremmo parlando di un fenomeno di massa. La ragione per cui non è semplice ha un nome, ed è economia dell’attenzione. È il modello di business per cui le piattaforme non vendono contenuti, ma il tuo tempo e la tua attenzione, monetizzati attraverso la pubblicità. E gli algoritmi che decidono cosa mostrarti non sono ottimizzati per il tuo benessere o per la verità, sono ottimizzati per l’ingaggio, cioè per quanto a lungo resti. I contenuti a forte carica emotiva (quelli che generano ansia, urgenza, senso di colpa) sono esattamente quelli che trattengono di più.
Il risultato è un circuito che si chiude su sé stesso, ed è qui che il meccanismo diventa quasi diabolico nella sua semplicità. Apri il telefono per svagarti o vedere cosa sta succedendo nel mondo e ti ritrovi a sentirti a disagio per come fai il genitore.
Tutto questo ha un costo umano misurabile, e in psicologia ha un nome preciso: burnout genitoriale. Non è la stanchezza di una notte storta. È una sindrome fatta di esaurimento profondo legato al ruolo di genitore, di un distanziamento emotivo dai propri figli e della sensazione lacerante di un contrasto con il genitore che si era o che si credeva di poter essere.
Nessuno sta dicendo che un reel provochi il burnout. Sarebbe una semplificazione banale. Ma c’è un’esposizione quotidiana di contenuti che spiegano perché ti senti così inadeguato. Aggiunge carico a un terreno già sovraccarico.
La soluzione? Non c’è. Non ce l’ho. Non starò a dire a medici, pediatri, psicologi, terapeuti e professionisti di ogni ordine e grado di non fare reel. Fa parte anche questo del loro lavoro.
Fonti
- Hays, S. (1996). The Cultural Contradictions of Motherhood. New Haven: Yale University Press.
- Festinger, L. (1954). A theory of social comparison processes. Human Relations, 7(2), 117–140. DOI: 10.1177/001872675400700202
- Wu, T. (2016). The Attention Merchants: The Epic Scramble to Get Inside Our Heads. New York: Alfred A. Knopf.
- Coyne, S. M., McDaniel, B. T., & Stockdale, L. A. (2017). “Do you dare to compare?” Associations between maternal social comparisons on social networking sites and parenting, mental health, and romantic relationship outcomes. Computers in Human Behavior, 76, 666–673. DOI: 10.1016/j.chb.2016.11.081
- Kirkpatrick, C. E., & Lee, S. (2022). Comparisons to picture-perfect motherhood: How Instagram’s idealized portrayals of motherhood affect new mothers’ well-being. Computers in Human Behavior, 134, 107326. DOI: 10.1016/j.chb.2022.107326
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