Educazione alla sopravvivenza: il corso che nessuno ti offre (ma di cui avresti bisogno)

I genitori di oggi sono preparatissimi, sicuramente di più di chi li ha preceduti. Almeno sulla carta. Perché nella realtà sono sempre confusi e a pezzi. Per alcuni va bene così. Per altri no.

Arriva un momento della giornata (spesso sul divano dopo aver messo a letto i bambini e guardando la bomba esplosa in soggiorno tra giocattoli, vestiti e i piatti della cena) nel quale si fa un bilancio della propria esperienza genitoriale e il risultato è drammaticamente negativo. Se si fosse in un’aula di tribunale non ci sarebbe appello, avvocato difensore o attenuanti che tengano. Non funziona niente.

Eppure mamme e papà hanno frequentato il corso preparto. Hanno guardato i video giusti, letto i thread di tendenza, seguito i pediatri su Instagram. Sanno cos’è il metodo Ferber, conoscono la differenza tra pianto da fame e pianto da stanchezza e molte altre cose. Hanno una preparazione teorica che i propri genitori non avevano neanche lontanamente. Quasi da laurea honoris causa. Eppure i figli piangono lo stesso senza motivo apparente, mentre i genitori hanno un unico pensiero fisso in testa: “sto sbagliando tutto”.

Il paradosso della genitorialità informata

Il paradosso è quell’affermazione o ragionamento che, pur partendo da premesse apparentemente valide, conduce a una conclusione contraddittoria o controintuitiva. Questo è quello che accade ai genitori di oggi. Premesse solide e ineccepibili per risultati controversi.

Il problema non è che le cose che hanno imparato siano false. Il problema è che funzionano con un bambino generico, e quello che si ha in casa è invece un bambino specifico. Il metodo Ferber è stato testato su migliaia di bambini tranne il proprio. Il trucco per calmare il pianto ha aiutato generazioni intere tranne, a quanto pare, quella particolare creatura che si ha in casa.

Questo è il paradosso della genitorialità contemporanea: non sono mai stati così informati, e non si sono mai sentiti così inadeguati. Anzi. Più sanno cosa dovrebbero fare, più fa male quando non funziona. L’ignoranza aveva almeno il vantaggio di non lasciare con la sensazione precisa di aver fallito qualcosa che si conosceva. E che in tutti gli altri casi ha funzionato.

L’epoca che ha abolito la scomodità

Su questo paradosso si potrebbe (e dovrebbe) dire molto. Ma c’è qualcosa che vale la pena nominare. Viviamo in un’epoca che ha trasformato il benessere in un diritto permanente. Non nel senso nobile della cosa (tutele, dignità, accesso alle cure) ma in un senso più sottile e più insidioso: l’idea che stare male sia sempre un errore da correggere, un problema da risolvere, un sintomo di qualcosa che non va. Che esista sempre una tecnica, un approccio, un’applicazione, un metodo, un esperto, una routine capace di restituire la serenità perduta. Che la frustrazione sia provvisoria per definizione, e se dura è colpa nostra.

Ai figli, in molti casi, non si insegna più a sopportare la noia, la sconfitta, l’attesa. E ai genitori, in fondo, non lo si insegna nemmeno, lo si dà per scontato. Come se diventare adulti includesse automaticamente la capacità di stare dentro le cose difficili senza crollare.

Non è così. E la genitorialità lo dimostra ogni giorno.

Quello che nessuno dice

Nessuno dice prima che ci sono notti che non finiscono bene. Che ci sono fasi che non passano in tre settimane come promettono i blog. Che ci sono dinamiche di coppia che la nascita di un figlio non ricompone, ma spacca più in profondità. Che il senso di colpa non è un segnale che si sta sbagliando, è solo il rumore di fondo di questo mestiere, presente anche quando si sta facendo tutto il possibile. Nessuno dice che si può essere un buon padre e sentirsi comunque a pezzi. Che si può voler bene a un figlio in modo viscerale e trovarlo insopportabile alle due di notte. Che queste due cose non si escludono, non richiedono spiegazioni e non hanno bisogno di essere risolte.

Non le si dice per vergogna. E forse non le si dice prima per non far cambiare idea ai futuri genitori. Come se il problema della denatalità si risolvesse in questo modo. Come se la genitorialità non dovesse essere consapevole, ma l’uomo e la donna fossero meri portatori di gameti. Il problema è dannatamente serio, forse e anche soprattutto perché lo si tace. Non per pudore, ma per follia. La follia di un’epoca che nei confronti della genitorialità è spietata e non perdona niente. E nei confronti della quale pretende solo la perfezione. Perché se i figli commettono errori è colpa dei genitori. Se i genitori sono in difficoltà è colpa di loro stessi.

Per com’è tossica la situazione oggi non basterebbe neppure dirle certe cose. Ormai il danno è fatto e la ferita così profonda che richiede innanzitutto silenzio per smettere di sanguinare e acuirsi. Poi, chissà, altro per rimarginarsi.

Bisogna educare alla sopravvivenza. Non a risolvere problemi o prevenirli. I genitori sono stanchi di questa retorica, di queste lezioni di come si fa a essere genitori che, pur con tutta la delicatezza e la professionalità del caso, finiscono spesso (non sempre) per risultare fastidiosi, inopportuni, inutili. Quello di cui i genitori hanno bisogno è un corso che nessuno offre perché non esiste. Perché non può esistere. Non si insegna a stare dentro qualcosa che non si conosce fino a quando non ci si è dentro. Non si trasmette la capacità di reggere una notte impossibile, una coppia che scricchiola, un figlio che non risponde ad alcuno schema.

O, meglio, esiste, ma non è nella pratica. È nella teoria, nell’approccio, nelle indicazioni generali che ogni genitore deve poi saper convertire e declinare nel caso specifico. Consapevoli che essere genitori è innanzitutto soffrire. E che la sofferenza non è il segno del fallimento, ma di qualcosa che si è vissuto, sporcandosi le mani (e il cuore) anche con qualcosa che fa male, ma che sa anche fare bene.