Non sono un genitore migliore di mio padre, solo più ansioso

I genitori di oggi sono come quelli di ieri e l’altro ieri e quelli di domani, ma cambiano solo le circostanze?

Le differenze genitoriali sono spesso un problema, soprattutto quando si ha la presunzione di essere migliori della generazione precedente o quella futura. Nel rapporto genitori-figli c’è questa duplice dinamica per cui spesso i genitori di ieri si reputano migliori di quelli di oggi (la frase “ai miei tempi” è un must di quella comunicazione) e a volte quelli di oggi pensano di essere migliori dei loro genitori.

Perché questo avviene? È “solo” il risultato delle difficoltà di comprendersi tra le generazioni e, in modo particolare, tra genitori e figli, o c’è dell’altro? Una domanda che merita sicuramente un approfondimento, sperando di trovare una risposta.

Due facce della stessa medaglia

Si prenda la direzione più antica, quella del “ai miei tempi”. Una nonna osserva la figlia gestire un capriccio al supermercato e commenta che ai suoi tempi bastava uno sguardo, mica tutta questa negoziazione. Stesso discorso per l’acqua ai neonati, i calzini ai bambini piccoli, le punizioni (anche fisiche) e pressoché tutte le scelte educative.

Nel ricordo che sta raccontando non compare la notte in cui chiamò la guardia medica per una febbre che non capiva come gestire, né la volta in cui pianse in cucina perché non sapeva più cosa fare. Quei momenti non sono stati rimossi per convenienza, ma sono stati semplicemente sostituiti, nel tempo, da un’immagine di sé costruita a partire da come si sente oggi (capace, esperta, sicura).

È un meccanismo documentato anche fuori dal contesto genitoriale. Chi oggi si percepisce competente in qualcosa tende a proiettare quella competenza sul proprio passato, e di conseguenza a percepire chi sta vivendo ora quella stessa fase come carente per confronto. Non è che la nonna menta. È che il proprio passato, rivisto da un punto di osservazione più sicuro, appare più semplice di quanto sia stato. E il presente della figlia, osservato dall’esterno e in tempo reale, mostra invece ogni esitazione senza editing.

Si osservi ora la direzione opposta, quella di chi oggi si ritiene più preparato di chi lo ha preceduto. Un padre controlla l’app che misura il sonno del figlio alle tre di notte. Il grafico mostra un risveglio, poi un tracciato irregolare. Non si alza per guardare cosa succede nella stanza accanto, ma resta a fissare lo schermo, cercando nel tracciato una spiegazione che il tracciato non contiene, mentre nella stanza accanto il bambino, nel frattempo, si è già riaddormentato da solo. Non sempre funziona così, sia chiaro. Ma questo è un altro discorso.

Il costo del giudizio

È, questo, un discorso qualunquista? I genitori di oggi sono come quelli di ieri e l’altro ieri e quelli di domani, ma cambiano solo le circostanze?

Al netto di rifiutare ogni tipologia di generalizzazione è necessaria una distinzione. Le generazioni passate sembrano avere un approccio più giudicante (e anche sprezzante) nei confronti di quelle successive. Con queste che hanno nei confronti di quella che li ha preceduti un approccio più succube. Che nella modernità si traduce in ansia. Un fenomeno che per i genitori di oggi ha, tra i tanti fattori, una causa ben precisa: l’iperinformazione.

Quello che viene chiamato “più consapevolezza” in questo caso non è altro che più accesso a informazioni. Non sempre di qualità, anzi, ma sono più informazioni rispetto al passato. Quante notifiche si ricevono dall’app del sonno, quante volte si controlla la crescita percentile su un grafico, quanti libri si sono letti, quanti reel si sono visti, a quanti corsi ci si è iscritti e, ancora, quante fonti si sono consultate prima di decidere come gestire un capriccio.

Prima che esistesse un mercato dell’informazione parentale di queste dimensioni, un genitore disponeva di meno dati e di meno strumenti per interpretarli. E questo veniva spesso letto, retrospettivamente (dallo stesso meccanismo di cui sopra), come indifferenza o rozzezza. Ma l’accumulo di fonti produce con una certa regolarità l’effetto opposto a quello promesso: non maggiore sicurezza nel decidere, ma un catalogo più ampio di modi in cui si potrebbe sbagliare.

Ma è onesto anche riconoscere che in questo catalogo più ampio di modi in cui si potrebbe sbagliare c’è anche il giudizio di chi ha preceduto i genitori di oggi. I commenti, gli sguardi, i silenzi e le allusioni dei propri genitori. Che le mamme e i papà di oggi “risolvono” sentendosi più insicuri, meno capaci e, quindi, più ansiosi. Perché qualsiasi tentativo di dialogare spiegando che oggi sono cambiate alcune cose (il miele non si dà ai neonati, il prosciutto in gravidanza si tende a evitarlo, le sculacciate non educano, al massimo intimoriscono, eccetera) viene derubricato come giudizio nei confronti di chi li ha cresciuti, anche quando non è così. La severità con cui viene accolta questa differenza non è distribuita in modo simmetrico, ed è qui che vale la pena guardare al meccanismo invece che alle persone.

Chi giudica dalla posizione di “ai miei tempi” lo fa da un punto di osservazione già chiuso: i figli sono cresciuti, qualunque cosa sia successa ha già prodotto un adulto funzionante, e questo rende il giudizio a costo pressoché nullo per chi lo pronuncia. Chi riceve quel giudizio lo fa invece da una posizione ancora aperta, dove ogni decisione sembra reversibile solo in teoria e il suo esito non sarà verificabile per altri quindici anni. Non è la severità di una generazione contro la remissività dell’altra: è la stessa severità che si sposta, nel tempo, verso chiunque si trovi nella posizione ancora esposta al rischio.

Qui probabilmente il problema maggiore è l’incomunicabilità tra generazioni, cui si somma quella tra genitori e figli. Ma resta il fatto che l’ansia sviluppata dai genitori di oggi non viene vista come campanello d’allarme: “Ah, forse stiamo sbagliando qualcosa” da parte delle generazioni precedenti, ma come conferma della fragilità e della pochezza dei “giovani di oggi”.

Un circolo vizioso che logora le mamme e i papà. Che non sappiamo come saranno come nonni domani, ma che possiamo tranquillamente dire che meriterebbero un po’ più di tregua. E forse anche fiducia. Quella che forse avrebbero meritato anche loro. Ma questo circolo vizioso andrebbe interrotto quanto prima per evitare di trasmettere traumi e disagi di generazione in generazione.