I genitori stabiliscono le regole, i figli le rispettano. Questa la regola aurea non scritta in nessun manuale ma che da secoli ci portiamo dietro. Una regola che, come figli, abbiamo subito e che, come genitori, non riusciamo ad applicare. Forse è sempre stato così e in passato non veniva esternato, ma di certo c’è che oggi molti genitori soffrono, anche quando non lo dicono, questo stato di incoerenza perenne. Cosa c’è di interessante dietro tutto questo?
Indice
Tutte le volte che abbiamo trasgredito alle regole che abbiamo dato ai nostri figli
Facciamo delle scelte. Ci ragioniamo insieme al nostro partner, ne parliamo anche con i figli spiegando senso, natura e obiettivi, ma poi cosa succede? Siamo noi i primi a non rispettare quelle regole che abbiamo stabilito. È un’esperienza comune a tanti genitori, con i figli di tutte le età. Non riguarda solo i figli piccoli o quelli grandi, riguarda tutti. O è la natura di essere genitori o quella di genitori moderni. In tutti i casi ci siamo dentro fino al collo.
1-Lo schermo come babysitter provvisorio (che dura da tre anni)
Si ragiona, si discute, si trova un accordo: niente schermi prima dei due anni, e dopo, massimo mezz’ora o un’ora al giorno (come da linee guida pediatriche) con contenuti rigorosamente selezionati. Lo si legge, lo si condivide, ci si crede davvero.
Poi c’è quel mattino in cui c’è una cosa urgente da finire, il bambino piange, e si apre YouTube Kids per dieci minuti. Solo dieci minuti. Sono le 8.47 di un martedì. Adesso ha quattro anni, conosce a memoria la sigla di sei serie diverse e ci si è convinti che tutto sommato anche noi da bambini davanti alla TV ci siamo cresciuti e se serve a portare a termine i vari compiti con maggiore serenità, forse non è poi così un dramma.
2-La notte in cui abbiamo ceduto sul sonno
La regola era chiara: nel suo letto, luci spente, routine rispettata. Niente letto dei genitori, altrimenti non impara mai. Lo dicono tutti, lo dicono i pediatri, lo dicono in tanti con quel tono che non si sopporta. Erano le due di notte. Urlava da quaranta minuti. Si prende il bambino, lo si mette nel mezzo, smette immediatamente. Ci si addormenta in trenta secondi e si dà valore al sonno di qualità. La dimensione educativa può aspettare, c’è bisogno di sopravvivere. Adesso ha sei anni e ogni tanto ancora finisce lì. Non si sa bene com’è successo. Si sa solo che quella notte si è dormito.
3-Il piatto finito come condizione necessaria
“Non si lascia cibo nel piatto”. “Se non mangi la cena, non c’è dessert e non c’è merenda dopo.” Ragionevole, no? Educativo. Forse. Comunque nessun “capriccio” premiato. Poi si guarda il figlio di sette anni fissare un piatto di zucchine per venticinque minuti con la faccia di chi sta considerando seriamente tutte le opzioni disponibili nella vita, compreso il non mangiarle mai. Gli si dà la merenda lo stesso. Anzi: gliela si offre perché mangiare viene prima che rispettare una regola. Diseducativo? Probabilmente sì.
4-L’orario del rientro che slittava sempre di un quarto d’ora
Aveva dodici anni. L’accordo era di tornare a casa per le sette. Non le sette e un quarto, le sette. Punto. Alle 19.08 si manda il messaggio “dovevi essere a casa da dieci minuti”. Alle 19.17 si guarda già la porta. Alle 19.23 è tornato a casa e si rimprovera o raccomanda sul valore del rispetto delle regole e della puntualità. La prossima volta sarà uguale. E quella dopo ancora. E ci si consola dicendo che a quell’età (e anche dopo) anche noi non abbiamo rispettato gli orari e che forse è un segno positivo di indipendenza e autonomia che non va represso.
5-Il comportamento che avremmo dovuto affrontare
C’era una cosa che faceva (un tono, un’abitudine, una risposta che dava a tavola) che si era deciso di correggere con fermezza. Ogni volta. Senza passarci sopra. Poi un giorno si era stanchi. Poi un altro giorno c’erano ospiti. Poi aveva avuto una giornata difficile a scuola. Poi era domenica e non si aveva voglia di litigare in un giorno teoricamente dedicato al riposo e allo stare insieme. Alla fine la cosa era ancora lì, e si era smesso di notarla.
La coerenza di essere incoerenti
Cosa ci insegnano tutti questi casi (una minima selezione tra i tanti)? Che l’incoerenza non è sempre debolezza caratteriale, né cattiva volontà. A volte è semplice sopravvivenza. Le regole si stabiliscono in un momento di lucidità (quando il bambino non sta urlando, quando non si è esausti, quando la situazione è ancora astratta), ma si applicano quando tutto questo è già successo. Quando è in atto un’emergenza cui far fronte e per cui la regola astratta troppo spesso non funziona.
Il problema non è la regola. È la distanza tra chi la formula e chi si trova poi a farla rispettare. Spesso è la stessa persona, ma in condizioni completamente diverse. E lo sappiamo tutti che è sbagliato. Ce lo dice la coscienza, prima ancora dei reel sui social o dei propri genitori (e suoceri). Ma non sempre si riesce a mantenere quella coerenza che, comunque, a volte potrebbe anche finire nel rigore.
Quindi si sbaglia. I figli, nel frattempo, osservano. E prendono atto di quello che è successo. Cosa ne fanno, non è dato saperlo. Qualcuno svilupperà un’anarchia e un’insofferenza alle regole per questo motivo? Forse, anche se improbabile. Ma essere genitori (e figli) è innanzitutto un esercizio di instabilità, tra ciò che si vorrebbe e ciò che non si riesce. Non ci sono soluzioni, non esiste un manuale per questo.