Tutti sanno come non deve comportarsi un padre. Lo dicono i siti di consigli per i genitori, i reel di TikTok e Instagram, i consigli (mai richiesti) di amici, parenti e perfetti sconosciuti. Un padre dovrebbe respirare, contare fino a dieci e gestire le emozioni. Le sue e quelle dei figli. Un padre non urla. Un padre rimane lucido anche quando non ha dormito la notte e la mattina deve fare i conti con richieste difficili da soddisfare (biscotti di un determinato colore, vestiti a maniche lunghe d’estate e a maniche corte d’inverno, eccetera eccetera eccetera). Un padre è la figura di riferimento. Quello che, anche per una certa retorica, deve dare gli insegnamenti. La realtà è un’altra cosa. E a volte (o spesso) la pazienza non c’è, si esaurisce rapidamente e la reazione è scomposta con urla e parole forti dette davanti a tutti.
Un problema di cui non si parla
Un padre al parco con la figlia di quattro anni. Ha già detto di no tre volte, a tre richieste diverse, con tre spiegazioni diverse. Alla quarta volta sente qualcosa di diverso. Non è una decisione. E urla. Non c’è un momento in cui un padre decide di perdere la pazienza. Non nel senso in cui si decide qualcosa davvero. Non c’è un prima lucido e un dopo sbagliato. Non c’è una scelta consapevole che devia. È qualcosa che succede mentre si pensa ancora di essere dentro il controllo. Un secondo prima si sta spiegando. Si sta ancora cercando di fare la cosa giusta, di usare il tono giusto, le parole giuste. Poi qualcosa si rompe. Non fuori, dentro. E quando succede, non c’è tecnica che tenga, non c’è conteggio che parta davvero da uno.
Un padre in auto con i figli. Il viaggio è lungo e nessuno ha voglia di stare seduto tranquillo. Piedi che calciano sedili, voci che urlano, richieste che non finiscono mai. A un certo punto accosta. Urla. Dice cose che non avrebbe voluto dire, con una rabbia che non sa neanche da dove viene. Poi continua a guidare in silenzio, e quella rabbia rimane lì, dentro, per il resto del viaggio e anche dopo. Interrogandosi su quali conseguenze ha lasciato nei figli. E forse anche nel partner.
È la quotidianità di tanti che si scontra con una retorica insopportabile.
La retorica della pazienza genitoriale è costruita sull’idea secondo cui la pazienza sia una risorsa che si possiede, si può allenare e che sostanzialmente dipende dalla propria volontà. Quindi perderla significa non aver fatto abbastanza. È un fallimento di quel genitore. Di quel padre. Al quale non vengono date attenuanti. Perché non puoi non essere il modello di riferimento cui il figlio deve ambire. Perché se il figlio sbaglia, fa cose considerate sbagliate o ha dei traumi (o quello che sono, ma su questo sarà il caso di approfondire prima o poi) la colpa è dei genitori. Del padre troppo assente o troppo presente, sicuramente non all’altezza.
Ma a parte il fatto che la parola “pazienza” è collegata al patire e al sopportare (cose oggi non insegnate in nome di rivendicazioni sui diritti di ciascuno), ma è anche qualcosa che non è sempre umanamente praticabile. E perdere la pazienza una volta, quella eclatante che tanto scandalizza e fa discutere, significa spesso averla mantenuta altre 5, 10, 20 volte.
E poi abbiamo rimosso l’idea che la genitorialità comporti una parte di sofferenza. Dirlo scandalizza. Se un padre o una madre dicono che essere genitori è faticoso, motivo di fatica e tensioni personali è motivo di shock culturale. Accettare che la pazienza non sia un muscolo che si allena in palestra, ma una ferita che si impara a gestire, toglierebbe potere a chi vende soluzioni facili. Anche perché la pazienza si perde in tanti modi, non solo urlando o avendo reazioni socialmente non condivise.
Perché la retorica funziona benissimo
Il motivo per cui i consigli da manuale ripetono che “la pazienza è una scelta consapevole” e che, in fondo, se uno vuole può averla, è che quando lo leggono i genitori stanchi, per qualche minuto si sentono meno disperati. Si dicono: domani starò più attento, ce la posso fare. È un meccanismo di controllo che funziona perfettamente, perché sposta la responsabilità dal sistema (una società che non sostiene veramente i padri tra assenza di empatia, solitudine genitoriale e aspettative contraddittorie) al singolo individuo.
Se perdi la pazienza, è perché non sei abbastanza bravo. Non hai fatto abbastanza. E certo che le responsabilità individuali ci sono, ma non sono tutto. E soprattutto non può essere che un errore, per quanto ripetuto in un periodo apparentemente breve, dia la misura di un genitore. Non c’è bisogno di retorica appagante, forse non c’è bisogno proprio di niente perché quello che succede quando un padre urla davanti a tutti non è che scopre che può migliorare, ma che i suoi limiti sono reali. E che non è una cosa da risolvere con la consapevolezza, ma da vivere. E soffrire. Punto.
Quello che rimane
Dopo aver urlato davanti a tutti, rimane l’imbarazzo. E il timore di aver danneggiato il figlio. Rimane il senso di colpa che non passa neanche con la respirazione consapevole. Rimane la certezza che domani potrebbe succedere di nuovo. E ci si sente sempre più soli, incapaci e frustrati. La soluzione? Questo non è un manuale di buoni propositi o calorose pacche sulle spalle di consigli validi per tutti e inutili per ciascuno. È lo sfogo di tutti quei padri che non ce la fanno. È il racconto di chi vorrebbe essere decente e accettabile. Anche non perfetto. Ma ciò che un padre si sente sempre ripetere è quello che ha sbagliato, quello che non doveva fare, quello che il figlio si porterà dietro per sempre (o quasi).
Magari è tutto vero, ma non si chieda ai padri con un po’ di sensibilità e senso critico di essere sereni. Perché anche di questa retorica si perde facilmente la pazienza.