La fase del “Questo è mio”. Come insegnare a condividere ai più piccoli

La capacità di amare sta alla base di ogni rapporto sociale, anzi di ogni tipo di civiltà. Il nostro problema è dunque questo: come insegnare l’amore ai nostri figli, che saranno i responsabili della società di domani.

Ebbene diciamo subito che l’amore non si insegna, l’amore si dà
Marcello Bernardi, Pediatra

 Chi tra noi genitori ha modo di osservare i bambini e le loro modalità di interazione probabilmente avrà notato una frase ricorrente tra i due e tre anni: “Questo è mio!”.

Se c’è un gioco, un qualsiasi oggetto magari ignorato per ore e ore che cattura per caso l’attenzione di uno dei bambini, all’improvviso, come per magia, ognuno cercherà di appropriarsene, di toglierlo dalle mani degli altri, di farne oggetto di nuove e imperdibili esplorazioni. Una fase che inizia a 18 mesi con un picco attorno ai 2-3 anni: un momento di forte possessività, di grande resistenza a condividere con gli altri.

Ci sono momenti poi picchi in cui questo diventa proprio una difficoltà con tanto di pianti e sconforto: si tratta di una fase, che come tutte le fasi tocca il suo culmine e tende a scemare man mano che il bambino acquisisce competenze sociali, le fa sue e le comprende.

Se ci mettiamo nei panni dei nostri piccoli, possiamo immaginare come nella loro mente il mondo inizi e finisca insieme a loro: sarebbe frustrante e poco efficace cercare di convincerli con motivazioni seppur valide, concrete e razionali che non è così, il  bambino a quell’età percepisce se stesso al centro dell’universo e non è certo semplice che cambi idea.

 

questo e mio

A 2 anni il bambino affronta il coetaneo come qualcuno da scoprire, come un oggetto “improvviso” che compare e scompare in quel momento, senza darsene una spiegazione particolare.

Quando poi si trova ad esempio davanti all’altalena del parco insieme con un altro bambino appena arrivato, non perde certamente tempo in convenevoli, ma agisce guidato dal suo desiderio: lo spinge via per appropiarsi  di un oggetto di suo interesse. Per lo stesso motivo non aspetta che il coetaneo condivida con lui un gioco, tanto meno pensa di chiederglielo, semplicemente cerca di prenderselo.

Come insegnare l’importanza della condivisione

Compito di noi genitori è quello di stare accanto ai  bambini ora più che mai e iniziare a formare quelle competenze sociali che saranno fondamentali e preziose  per molti anni a venire, che saranno per lui una vera e propria bussola all’interno del mondo e nel rapporto con il prossimo. Queste competenze verranno poi in seguito arricchite, completate e affinate nei diversi ambienti in cui il bambino via via nel tempo si troverà ad interagire e con le persone che incontrerà sulla sua strada.

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Il primo passo che ha senso provare a compiere è quello di allenare i piccoli alla condivisione, cogliendo le tantissime situazioni che una qualsiasi giornata può offrire.

Ad esempio, se Giulia di due anni e mezzo, è in procinto di uscire con il papà e si impossessa della sua borsa da lavoro dicendo che è sua, il padre potrebbe rispondere: “Vedo che ti piace, mi aiuti a portarla fino alla porta?” Rendendosi conto da sè che è molto pesante è facile che il bambino desista: “Allora ti aiuto io a portarla fino all’ascensore, pesa tanto: quando torniamo te ne darà una più leggera.

Questo è un breve esempio, tratto dal libro “Fate i bravi 0-3 anni” di Lucia Rizzi, pedagogista e scrittrice, che rende bene l’idea di cosa si intenda con il “mettersi dal punto di vista del bambino” facendogli constatare con i suoi stessi occhi che spesso veramente ciò che appartiene agli altri non lo si mette a sua disposizione perché realmente non è adatto alla sua età: “Ricordiamoci anche che a quest’età il piccolo non ruba il giocattolo dell’altro bambino per fargli un dispetto, ma lo prende perché vuole imitarne il comportamento con quel gioco. Se lo stesso giocattolo fosse per terra trascurato da tutti, non sarebbe interessante: anche il piccolino che ci sembra il più egoista non sarà necessariamente un adulto egoista. Deve solo imparare a condividere e lo farà se osserverete questi passi principali.

Non forzatelo a condividere: si tratta di un concetto incomprensibile e prevarrebbe l’idea, a quest’età predominante di fare a modo suo perché gli dite di no.

Quando gli togliete un oggetto che ha preso e non è suo fatelo con fermezza e comprensione: ‘so che quella palla ti piace molto, vediamo se il bimbo te la presta quando ha finito di giocare’.

Date spesso esempi di condivisone felice offrendogli un pezzo della vostra brioche, del vostro panino, scambiatevi il giornalino che state leggendo, fategli provare la vostra saponetta.

Rispettate le sue proprietà (il suo gioco preferito, le sue pantofole predilette, i suoi pennarelli) e aiutatelo a trovare un posto speciale per queste cose. Se avete bisogno di usarle voi, chiedete gentilmente il permesso e ringraziate. Prima o poi vi stupirete di sentirvi rispondere di tenerlo pure.

insegnare a condividere

Giochiamo insieme ?

Se osserviamo due bambini sotto i tre anni, seduti l’uno affianco all’altro a giocare, ci poi conto che non stanno realmente giocando insieme, ma stanno facendo una sorta di gioco parallelo, vicini ma ognuno preso dalle sue attività: ognuno dei bambini è a se stante e va per la propria strada.

Anche in questi casi però, più che mai l’adulto educatore deve essere presente perché i bambini sotto i 3 anni come abbiamo detto non sanno ancora condividere: è prassi consolidata che uno dei due bambini a un certo punto sia attratto dal gioco dell’altro strappandoglielo di mano dando inizio ovviamente a un pianto inconsolabile.

La mediazione dell’adulto qui è cruciale perché per quanto riguarda il condividere i bambini iniziano a diventare autosufficienti verso i 4/5 anni, quando avranno sperimentato, aiutati dall’adulto, la positività. Il rispetto per i bambini, rispetto della proprietà, uso di un linguaggio che i bambini possano realmente comprendere.

Conclude così Lucia Rizzi, con un invito ai genitori: “Cercate di sfruttare correttamente ogni occasione per ripetere questi importanti insegnamenti; non è sufficiente ripetere al bambino una, due, dieci volte, come si deve comportare ma è necessario che il piccolo viva correttamente la situazione del condividere e qualsiasi altra situazione in genere, in modo da volerne ripetere l’emozione connessa ogni volta che l’occasione si ripeterà.

Ricordiamoci sempre che si impara per esperienze e che la ripetizione di esperienze che il bambino percepisce come positive perché connesse ad emozioni positive”.

Valentina Desario

Spirito libero, da sempre. Appassionata di sceneggiatura, sociologia e letteratura. Copywriter, redattrice, divoratrice di libri, sognatrice con i piedi per terra. Da qualche mese totalmente stravolta dall’arrivo di un paio di occhi più limpidi dell’acqua.

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