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Dal ricevere la notizia ore dopo la nascita all’essere presenti in sala parto, passando per l’attesa fumante (nel senso nicotinico del termine) in sala d’aspetto insieme agli altri parenti: quanto è cambiato il ruolo dei padri nel parto e, quindi, nel post-parto? Tanto, tantissimo. Già che oggi se ne parla così diffusamente è un segnale di un cambiamento culturale enorme. Un cambiamento che parte innanzitutto dalle scelte individuali, che trova spazio nelle possibilità date loro cui, solo in un secondo momento, vede un riconoscimento legale tale da rendere il tutto ordinario e non straordinario.
Oggi siamo ancora nella fase in cui un padre (biologico o no) che cambia un pannolino, che porta i figli al parco, che parla con gli insegnanti, che gioca con i bambini, che li porta a scuola o dalla pediatra è considerata un’anomalia. Al massimo un uomo eccezionale che fa il mammo (perché quelle sono cose da donne). Il cambiamento culturale c’è stato. Le possibilità stanno arrivando (i percorsi nascita e i corsi preparto prevedono contenuti specifici per la paternità). Il riconoscimento legale fatica. Siamo uno dei Paesi europei con meno giorni di congedo di paternità. Che poi non sempre tutti i padri prendono. Perché il cambiamento c’è stato, ma non così profondo. Spesso non è neanche mancanza di volontà, è una difficoltà oggettiva di un sistema educativo basato, loro malgrado, sulla figura materna, che penalizza non solo le donne, ma anche gli uomini.
Parliamo quindi, più e meglio, di padri e del loro ruolo nel post parto. Sia come genitori che come partner. Ma anche come uomini.
Il padre non è biologicamente neutro
Uno dei pregiudizi più duri da scalfire è l’idea che il legame biologico con il bambino riguardi solo la madre. “Lo porta in grembo nove mesi”, qualcosa vorrà pur dire, no? Eppure le ricerche di Ruth Feldman, neuroscienziata israeliana tra le più citate in questo ambito, mostrano che anche il padre subisce modificazioni ormonali significative nelle settimane successive alla nascita. I livelli di ossitocina (il cosiddetto ormone del legame, o dell’amore) aumentano nei padri in modo direttamente proporzionale al tempo trascorso in contatto con il bambino e alla qualità delle interazioni.
C’è di più. Uno studio del 2011 ha analizzato i livelli di testosterone salivare in oltre 600 neo-padri: il gruppo che trascorreva almeno tre ore al giorno nelle cure dirette al bambino mostrava una riduzione del testosterone tra il 26% e il 34% rispetto ai padri meno coinvolti. Non è una perdita, ma un adattamento. Lo stesso tipo di adattamento biologico che prepara l’organismo a rispondere ai bisogni del neonato.
Il substrato neurobiologico della paternità è simile a quello della maternità. La differenza, come sottolineato dagli studi di Feldman, sta nel timing: le madri mostrano un picco di ossitocina prima del contatto fisico con il bambino, i padri lo sviluppano subito dopo.
I benefici per figlio e partner
Abbiamo visto che una presenza attiva e prolungata dei padri con i figli fa bene a loro. L’aumento di ossitocina è associato a una maggior legame affettivo con il bambino, a una capacità più immediata di riconoscere i suoi bisogni e a un coinvolgimento emotivo più stabile nel tempo. Il calo del testosterone, da non fraintendere con problemi legati alla sfera intima e sessuale, è un adattamento che secondo alcuni ricercatori riduce l’orientamento alla competizione e favorisce la disponibilità alla cura. Oltre a quelli diretti sull’uomo, ci sono benefici anche per la donna e per il figlio.
I benefici per i figli
Ma non solo. Una revisione sistematica pubblicata su Acta Paediatrica nel 2008 ha analizzato 24 studi longitudinali su oltre 22.000 soggetti. Il risultato è stato che i bambini con padri coinvolti nell’accudimento fin dai primi mesi mostrano meno problemi comportamentali in adolescenza, migliore rendimento scolastico e minore incidenza di comportamenti violenti e antisociali.
Un altro studio, che ha seguito 6.898 padri e i loro figli, ha rilevato una correlazione positiva tra coinvolgimento paterno precoce e salute mentale dei bambini in età preadolescenziale (9-11 anni).
Anche il Millennium Cohort Study britannico, con oltre 9.000 famiglie seguite nel tempo, ha documentato effetti positivi sul comportamento socio-emotivo del bambino a 3 anni nei casi in cui il padre aveva praticato la lettura ad alta voce già a partire dai 9 mesi di vita. E uno studio del 2007 su bambini nati da parto cesareo ha mostrato effetti benefici sul pianto e sul comportamento del neonato attraverso il semplice contatto pelle a pelle con il padre in sala operatoria.
E quelli sulle madri
Uno degli effetti documentati più rilevanti e interessanti riguarda l’allattamento al seno. Uno studio del 2005 ha coinvolto 280 coppie: nel gruppo in cui i padri avevano ricevuto informazioni specifiche sull’allattamento prima della dimissione dall’ospedale, la prevalenza dell’allattamento a 6 mesi era del 25%, contro il 15% del gruppo di controllo. A 12 mesi il divario restava significativo: 19% contro 11%.
Una revisione sistematica canadese del 2019 ha analizzato 15 studi sull’effetto del supporto paterno sull’avvio, la durata e l’esclusività dell’allattamento nei primi 6 mesi. Gli effetti documentati non riguardano solo il bambino perché il coinvolgimento paterno migliora lo stato emotivo della madre, rafforza la relazione di coppia e incrementa la percezione di autoefficacia del padre stesso.
Dal punto di vista psicologico, la ricerca è altrettanto chiara e concorde nell’individuare che avere un partner informato, presente e collaborativo riduce il carico cognitivo e fisico della madre nel post-parto, contribuisce alla prevenzione della depressione post partum materna e favorisce una relazione di coppia più equilibrata. Questo è uno degli elementi fondamentali del progetto europeo 4E-PARENT, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, che sta raccogliendo e analizzando dati sul coinvolgimento paterno precoce in diversi Paesi europei.
La depressione post partum paterna
Questo è un tasto un po’ dolente perché fa emergere l’imbarazzo, la vergogna e lo stigma che ancora oggi si ha sia sulla salute mentale, ma soprattutto la salute mentale di un uomo. Nell’immaginario collettivo è la donna che piange e manifesta tristezza; l’uomo è quello forte che porta i pesi e permette alla famiglia, facendo da parafulmine, di vivere serena. Una narrazione devastante che umilia le donne, tradisce i figli e punisce i padri.
Quello della depressione post partum paterna è il punto meno conosciuto, e forse il più importante da portare all’attenzione. La depressione post partum non è una condizione esclusivamente materna. Una metanalisi pubblicata su JAMA nel 2010 ha evidenziato un’incidenza della depressione paterna nel periodo perinatale attorno al 10%, analoga a quella materna. I sintomi nei padri si manifestano spesso in modo diverso; non sempre tristezza e pianto, ma più spesso:
- irritabilità
- isolamento
- deficit di attenzione
- somatizzazioni
- condotte di evitamento (come il sovraccarico lavorativo)
Il rischio è che restino invisibili, sia al padre stesso che al sistema sanitario, strutturalmente orientato a monitorare la salute psicologica della madre.
Le conseguenze di una depressione paterna non trattata sono enormi. Uno studio ha rilevato che all’età di 7 anni i figli di padri con disturbo depressivo nel post-parto mostravano maggiore incidenza di disturbi dell’attenzione, comportamento oppositivo e ansia. Il dato si intreccia con un altro risultato importante. Il padre in buona salute psicologica, partner di una madre con depressione post partum, può esercitare una funzione protettiva e compensare le difficoltà nell’interazione madre-bambino. La salute psicologica del padre, oltre a far parte della sua dignità, rientra nel sistema di cura del bambino.
Il congedo di paternità in Italia: un diritto che esiste (poco) e che si usa (male)
In Italia il padre lavoratore dipendente ha diritto a 10 giorni di congedo obbligatorio (più 1 facoltativo, in accordo con la madre), retribuiti al 100%, da fruire nei cinque mesi successivi alla nascita. La norma è stata introdotta gradualmente e stabilizzata con il D.Lgs. 105/2022, che ha recepito la Direttiva europea Work-Life Balance.
Oltre al congedo obbligatorio esiste il congedo parentale. Si tratta di un periodo facoltativo, retribuito parzialmente, fruibile da entrambi i genitori fino ai dodici anni del bambino. Con la Legge di Bilancio 2024 e quella 2025, l’indennità per due mesi di congedo parentale è stata elevata all’80% della retribuzione, con l’obiettivo di rendere lo strumento più appetibile per i padri.
I dati sull’utilizzo raccontano un quadro ancora lontano dalla parità. Secondo l’elaborazione dei dati INPS realizzata da Save the Children in occasione della Festa del Papà 2024, la quota di padri lavoratori dipendenti che ha usufruito del congedo obbligatorio ha superato il 64%. Un dato in crescita rispetto al 19% del 2013, ma che lascia fuori oltre un terzo dei padri aventi diritto. Il congedo parentale rimane uno strumento ancora meno utilizzato dai padri rispetto alle madri.
Perché questo accade? Ci sono diverse ragioni. In alcuni casi la scarsa conoscenza dello strumento, in altri la pressione culturale e lavorativa, in altri ancora il calcolo economico su stipendi già bassi. Ma il punto che la ricerca mette in luce è che quei giorni (pochi o molti) hanno un impatto reale sul bambino, sulla madre e sul legame che si costruisce nelle settimane più intense e fragili della vita familiare. Un peso che diventa irrecuperabile con il passare del tempo.
Paternità attiva: cosa significa in pratica
Ma cosa significa avere un ruolo attivo e sano nel post-parto? Nella letteratura scientifica e nelle indicazioni dei principali istituti di salute pubblica, il coinvolgimento paterno precoce si traduce in comportamenti specifici e accessibili a chiunque:
- Iniziare durante la gravidanza
Partecipare alle visite ecografiche, seguire i corsi di accompagnamento alla nascita, informarsi sull’allattamento prima del parto. Il legame non inizia al parto: si costruisce nel tempo dell’attesa.
- Ricercare il contatto fisico precoce
Tenere in braccio il neonato, praticare il contatto pelle a pelle, partecipare al bagnetto. Sono le interazioni che attivano letteralmente i circuiti neurali del legame.
- Sostenere l’allattamento
Essere presenti, occuparsi della casa, ridurre i carichi pratici della madre sono tutti elementi che, come mostrano diversi studi, incidono sulla durata e sul successo dell’allattamento al seno.
- Leggere libri ad alta voce
Già da quando il bambino è un neonato. Anche quando sembra assurdo. I dati del Millennium Cohort Study documentano effetti misurabili sullo sviluppo socio-emotivo già a partire dai 9 mesi.
- Prendere il congedo
Tutti i 10 giorni, senza riserve. E valutare il congedo parentale, che esiste, è retribuito e può essere una scelta concreta e non un privilegio.
- Monitorare il proprio stato psicologico
Il post-parto può essere un periodo difficile anche per il padre. Riconoscerlo, parlarne, chiedere supporto se necessario ai servizi consultoriali o familiari: non è una debolezza, è parte integrante di una genitorialità responsabile.
In sintesi
Il coinvolgimento paterno nel post-parto non è un gesto simbolico. È una pratica con effetti documentati sullo sviluppo cognitivo, emotivo e comportamentale del bambino; sul benessere fisico e psicologico della madre; sulla salute mentale del padre stesso. La letteratura scientifica è consistente su questo punto da oltre vent’anni.
In Italia esistono strumenti legislativi concreti (il congedo di paternità obbligatorio, il congedo parentale) che rendono possibile questa presenza. Conoscerli, utilizzarli e difenderne il diritto all’interno del proprio contesto lavorativo è il punto di partenza.
Il resto lo costruisce ogni padre nel tempo: nel contatto fisico con il neonato, nel sostenere la partner, nel monitorare il proprio stato emotivo. Senza bisogno di essere perfetti. Con il vantaggio di sapere che la scienza sta dalla stessa parte.
Domande frequenti su padri e post-parto
Quanti giorni di congedo di paternità spettano al padre in Italia?
Il padre lavoratore dipendente ha diritto a 10 giorni lavorativi di congedo obbligatorio (20 in caso di parto plurimo), retribuiti al 100%. A questi si aggiunge 1 giorno facoltativo, in accordo con la madre. Il congedo può essere fruito dal periodo di due mesi prima della data presunta del parto fino ai cinque mesi successivi alla nascita, anche in giorni non continuativi.
Il congedo parentale è diverso dal congedo di paternità?
Sì. Il congedo di paternità obbligatorio (10 giorni) è distinto dal congedo parentale, che è facoltativo e può essere richiesto da entrambi i genitori fino ai 14 anni del bambino. Con la Legge di Bilancio 2025, l’indennità per due mesi di congedo parentale è stata portata all’80% della retribuzione per i lavoratori dipendenti. I due istituti si sommano e non si escludono a vicenda.
La depressione post partum può colpire anche i padri?
Sì. La ricerca scientifica stima un’incidenza della depressione paterna nel periodo perinatale attorno al 10%, analoga a quella materna. I sintomi si manifestano spesso in forma diversa rispetto alla donna: irritabilità, isolamento, difficoltà di concentrazione, somatizzazioni. Se si riconoscono questi segnali, è utile rivolgersi al proprio medico di base o ai servizi del consultorio familiare.
Il coinvolgimento del padre influisce davvero sull’allattamento?
I dati lo confermano. Studi controllati e revisioni sistematiche mostrano che il supporto paterno è associato a tassi più alti di avvio e mantenimento dell’allattamento al seno. Il padre non allatta, ma può fare molto: ridurre il carico domestico, incoraggiare la madre, essere informato sulle difficoltà più comuni dell’allattamento e su come affrontarle.
Fonti
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