Quando un amore ti spezza ti ripaga con la sua bellezza

Non ho avuto una gravidanza facile. Sono stata ricoverata diverse volte per minacce d’aborto e altre complicazioni. Circa 10 giorni prima della data di termine, sono iniziate le contrazioni. Ogni notte, puntuali, dal tramonto all’alba, prima più leggere, poi forti, di quelle che “ spezzano i reni”; duravano tutta la notte e finivano all’alba, anche ad intervalli di tre minuti una dall’altra. In totale ho avuto 19 giorni di prodromi. E dopo 19 giorni, il collo era sempre chiuso e posteriore, quindi potevamo solo aspettare… ma io ero stanca, tanto stanca.

Già dalla 30 settimana, l’indice  AfiA era andato a limite superiore; non ero un vero e proprio polidramnios, ma abbastanza da dover essere controllata ogni giorno. In tutto questo, la bambina cresceva bene non sembrava ci fosse nessun genere di problema, solo le contrazioni non bastavano ad aprire il collo dell’utero e la testa della bambina non riusciva a scendere nel canale.

Per abbassare l’AFI sono stata sottoposta a regime dietetico, un regime talmente tanto stretto da essere di 1500 cal per circa due mesi senza nessun risultato concreto: l’indice restava alto, le contrazioni inefficienti e il collo chiuso.

Così dopo 13 giorni dalla data presunta del parto, decidono per l’induzione con sola ossitocina. Un vero e proprio calvario, una tortura medievale.

Due ostetriche molto giovani mi preparano per l’induzione in maniera molto fredda e distaccata, una mi attacca il monitoraggio senza guardarmi neanche in faccia, l’altra mi infila l’ago con la delicatezza di un bisonte borbottando con la sua collega che “speriamo non finisca in cesareo, hai sentito che storia! Te la immagini, speriamo di no, io proprio spero di non esserci…“.

Mi allarmo chiedo spiegazioni, non mi vengono date risposte, tanto il turno sta per cambiare… e per fortuna! Ritrovo nel turno successivo un ginecologo che avevo già incontrato durante le visite, forse l’unica figura umana di tutto lo staff. Mi assisterà lui durante il parto una figura umana, gentile, competente per fortuna. Ma i tagli alla sanità, si sa, hanno provocato non pochi danni e il ginecologo che deve seguirmi durante il parto deve anche seguire il reparto di notte. Quindi non sarà presente durante tutto il travaglio ma comparirà solo se chiamato.

L’induzione all’inizio è sopportabile, con la respirazione riesco a controllare bene il dolore, riesco a resistere fino a 3/4 cm di dilatazione. Ma non basta ovviamente, il sacco è ancora chiuso, mi faranno l’amiorexi. Da quel punto in poi il dolore diventa piano piano sempre più forte fino a diventare insopportabile; le spinte sono veramente forti, e io sono sola. Mio marito mi resta accanto incapace di assistere a uno spettacolo tanto penoso.Sono stata assistita solo dalla mia ostetrica, un’ostetrica privata, in un ospedale che si dichiara amico del bambino e della mamma.

Ricordo dolori e sofferenze disumane, un’ostetrica che di quando in quando viene ad aumentare il dosaggio dell’ossitocina senza dirmi una parola, e zanzare, zanzare ovunque, mi pungevano da tutte le parti e quando mi lamentavo le ostetriche dell’ospedale che di quando in quando si facevano vedere mi ridevano in faccia. Stremata, dopo ore e ore di calvario e sofferenza, ormai arrivata a 8 cm di dilatazione, chiedo l’epidurale. Mi verrà negata per altre quattro ore, finché i miei ruggiti non attireranno l’attenzione del ginecologo di turno che chiamerà l’anestesista. L’anestesista si comporta in maniera fredda, glaciale, mi urla in faccia di stare ferma nonostante il dolore per le contrazioni indotte dall’ossitocina non mi faccia riprendere fiato; ci vorranno tre tentativi per riuscire a mettere la cannula due dei quali falliti.

Avrò quindi un’ora di riposo durante tutto il travaglio. Erano passate circa 12 ore dall’inizio dell’induzione, io non riuscivo né a bere né a mangiare ero stremata, sfinita, semi cosciente, continuavo a ripetere dove sono? cosa sta succedendo?  E, mi sento debole tanto debole… E ho i brividi. Mi provano la febbre, 38,4. Mi avevano staccato il monitoraggio per farmi riposare un’ora, quell’unica ora di riposo che mi era stata concessa durante il travaglio. Riattaccano tutto di corsa; per ora va tutto bene, il ginecologo controlla.

Sono a dilatazione completa, posso iniziare a spingere. Tento di mettermi a quattro zampe mentre l’ostetrica di fronte a me prepara il bisturi per l’episiotomia a cui non ho acconsentito. Ma qualcosa non va: il tracciato comincia ad oscillare, sento il battito fetale in tachicardia. Mi impongono di stare sdraiata a gambe aperte si mettono tutti davanti a me ad osservare. Tento di spingere, mi sento un animale di laboratorio, inerme, indifesa, spaventata, braccata su un tavolo.

Non so quanto tempo passa, tento di spingere, tento di spingere con tutte le mie forze, ma sono sfinita. E il tracciato continua ad oscillare, il battito di mia figlia è sempre molto troppo veloce. Il ginecologo è presente, osserva il tracciato con aria pensierosa, ad un certo punto si alza, spenge il monitor mi mette una mano sulla testa, mi dice “si va in sala?” io rispondo “di corsa”.

Mi alzo dal letto che ho già addosso le calze antitrombo, la camicia mi è stata letteralmente strappata di dosso, ho indosso già la spolverina per la sala operatoria. Sono comparse intorno al me almeno quattro o cinque ostetriche che non avevo visto durante tutto il travaglio, mi preparano in fretta, di corsa, ma alla sala operatoria ci arriverò con le mie gambe, appoggiata a mio marito, stremata, sfinita spezzata dai dolori dell’ossitocina che ho ancora in circolo. Mi sederò sul tavolo operatorio, la spinale sarà come una coltellata alla schiena, poi riesco solo a vedere il ginecologo che con il disinfettante spalma la mia pancia prima che una tendina verde cali per sempre sul mio pancione.

Dentro di me penso : è finita.
Presto la conoscerò, la stringerò al petto.

Sento il bisturi, forse l’anestesia non ha ancora fatto effetto, sento qualcosa che mi viene strappato dalla pancia… e poi il silenzio. Chiedo che succede, tutti si allontanano da me. Inizio ad urlare, a piangere, a urlare il nome di mia figlia con tutto il fiato che ho in gola! Perché non me la fanno vedere? Urlo, urlo sotto la maschera dell’ossigeno e il mondo attorno a me gira… sento in lontananza vagiti, rumore dell’aspiratore, l’anestesista che urla “Epinefrina! Epinefrina!” Mente i vagiti si allontanano. Qualcuno mi ricuce commentando “però l’utero è buono”.

… e sono di nuovo sola.

Qualcuno mi sorveglia senza farsi troppo vedere.
Chiedo dov’è mia figlia, chiedo se è viva. Non mi rispondono, mi urlano in faccia “ma la smetti di piangere?”

Passo così due ore.

Poi tornerà il ginecologo. Un sorriso, una mano sulla testa.

È viva.È in terapia intensiva, durante il travagliato si era staccata la placenta e questo ha provocato sofferenza fetale.
Due parole che ti cambiano la vita.

Conoscerò mia figlia 6 ore dopo il parto, in una maledetta scatola, attaccata a non so quanti tubicini. La prenderò in braccio dopo quasi 12 ore, la potrò abbracciare libera dai tubicini solo dopo 4 giorni. Lotterò stordita dallo shock e dalla morfina per giorni, ricoverate nel reparto di pediatria: oltre alla nascita difficile , la bimba ha una severa infezione. Nonostante il tampone negativo. Sofferenza fetale significa mesi di terrore, di domande, dubbi, visite. Significa dover tornare periodicamente a far controlli in quello stesso ospedale dove per poco non ho perso mia figlia. Rivivere sofferenza, paura, minacce.

In un ospedale “amico del bambino”.
Non posso raccontare cosa è accaduto dopo. Posso solo dire che la bimba sta miracolosamente bene, cresce bene ed è stata allattata al seno e che io, dopo una lunga lotta, sto uscendo dalla depressione post parto.

 


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1 Commento

  • Mi ritrovo tantissimo in questo racconto di parto …..ho ritrovato l’angoscia di una mamma spaventata come lo sono stata io ….assistita poco e male ….sensazione di frustrazione nel momento più bello e dolce che una mamma dovrebbe provare …e invece nessun aiuto e nessuna parola di conforto…..molti ospedali si assomigliano. Il personale a volte è formato bene a livello sanitario, manca l’umanità. E ci dovrebbe essere più comprensione ed aiuto anche nei giorni successivi al parto e non trattare come pezze da piedi le mamme che purtroppo per vari motivi non riescono ad allattare naturalmente ….. fa male sapere che brutte esperienze sono così comuni…..anche il mio piccolo guerriero ora sta bene, ma abbiamo passato davvero brutti momenti per colpa dell’incomptetenza