Quali soni i rischi della fecondazione assistita?

Le coppie che si accingono ad affrontare un percorso di fecondazione assistita vengono, nel corso dei colloqui  e delle visite preliminari, messe al corrente del tipo di trattamento idoneo alle loro  problematiche. Si spiegano costi, tempi, farmaci e tecniche utilizzate, ed eventuali problematiche che possono insorgere.

Tutto questo compreso i  rischi e le complicanze sono  elencati  nel documento del consenso informato che le coppie devono leggere e e firmare prima di iniziare il trattamento (i punti che regolano la stesura di un consenso informato sono contenuti nella  Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.40 del 17-02-2017).

Entrando nel dettaglio per i temi  che affrontiamo in questo articolo, nel consenso informato devono essere elencati:

  • gli effetti indesiderati o collaterali relativi ai trattamenti;
  • i rischi per la madre e per il nascituro, accertati o possibili, quali evidenziabili dalla letteratura scientifica;
  • i rischi associati alle tecniche di PMA di tipo eterologo e i provvedimenti presi per attenuarli, con particolare riferimento agli esami clinici cui è stato sottoposto il donatore, inclusa la visita di genetica medica, e ai relativi test impiegati, rappresentando che tali esami non possono garantire, in modo assoluto, l’assenza di patologie per il nascituro;
  • l’impegno di comunicare al centro, in caso di accesso a tecniche PMA di tipo eterologo, eventuali patologie insorte, anche a distanza di tempo, nella donna, nel nascituro o nel nato, e di cui è ragionevole ipotizzare la presenza antecedentemente alla donazione;
  • i possibili effetti psicologici per i singoli richiedenti, per la coppia e per il nato, conseguenti all’applicazione delle tecniche di PMA, con particolare riguardo alle specificità delle tecniche di PMA di tipo eterologo.

rischi fecondazione assistita

I rischi più discussi dei trattamenti di fecondazione assistita

Esistono diversi rischi teorici legati alla PMA, qui ci concentriamo solo su 4 temi molto dibattuti e discussi che sono:

Il rischio di iperstimolazione ovarica e il rischio di gravidanze gemellari possono essere drasticamente ridotti applicando  protocolli adeguati alle problematiche della paziente e trasferendo un solo embrione per trattamento.

Per quanto riguarda il rischio  di difetti congeniti in bambini che nascono con l’aiuto  della fecondazione in vitro, sembra che la fecondazione in vitro aumenti il ​​rischio, ma sono necessari ulteriori studi ed approfondimenti per comprendere pienamente le cause.

Per quanto riguarda il tumore al seno e alle ovaie, è difficile dire se è  l’infertilità, oppure  il trattamento, a  determinare un aumento del rischio di tumore, se e quando questo sussiste.

Le review più  recenti sono rassicuranti e hanno indicato l’infertilità, piuttosto che la fecondazione in vitro, come fattore causale.

Tuttavia, la questione se la fecondazione in vitro possa dare  tassi più elevati di cancro non è completamente risolta, e richiede ulteriori studi. Data la complessità della risposta, probabilmente non si arriverà  mai a una conclusione definitiva.

Come sempre, è importante discutere apertamente e in dettaglio con i medici del proprio centro ciascuno di questi temi, anche in  relazione alla propria storia clinica personale e famigliare.

La sindrome da iperstimolazione ovarica

La maggior parte delle  pazienti che si sottopongono a un  un trattamento di PMA,  riceve gonadotropine per stimolare le ovaie a produrre un numero elevato di follicoli in cui maturano gli ovociti, che verranno prelevati al momento del pick-up.

Le donne che sono state “sovrastimolate” con le  gonadotropine possono sviluppare la Sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS). L’OHSS si verifica nell’ 1-10% delle  donne in trattamento in particolare tra le più giovani, o con PCOS o  con un AMH alto.

Le gravidanze gemellari

Tantissime coppie desidererebbero avere due, o anche tre figli, con un solo trattamento. Questo perché non sono consapevoli dei rischi che può comportare una gravidanza gemellare.

Quando vengono trasferiti più embrioni, i rischi di una gravidanza multipla aumentano dall’1% fino al 30%. Ciò si traduce in un maggiore rischio per la madre e per i bambini.

I gemelli hanno  più probabilità di nascere prematuramente, e il parto pretermine rappresenta una patologia grave.

La prematurità inoltre è stata associata da diversi studi a una minore funzione cognitiva.

Gran parte di questo rischio può essere annullato trasferendo un solo embrione. Anche se  il trasferimento singolo può aumentare le probabilità che il primo trattamento  non vada a buon fine (richiedendo un trasferimento aggiuntivo, e quindi anche un costo aggiuntivo), non riduce le probabilità che  il trattamento porti a ad avere un bambino in braccio.

Rischi di difetti congeniti nel nascituro

Si tratta di un argomento difficile da studiare e comprendere. Innanzitutto, la  stessa definizione di “difetti alla nascita” varia in base al tipo e all’età della prole. In secondo luogo, i pazienti che si sottopongono alla PMA  hanno spesso problemi di fertilità e, per definizione, sono diversi dalla popolazione generale. Di conseguenza, qualsiasi differenza nei tassi di difetti alla nascita nella progenie potrebbe essere dovuta ai fattori che hanno causato l’infertilità stessa, o al trattamento di PMA o anche a un altro fattore. Può quindi risultare  difficile risalire alla causa effettiva.

Gli studi attualmente disponibili ottenuti confrontando  le gravidanza da PMA e da concepimento naturale,  evidenziano un aumento del rischio di difetti congeniti alla nascita di bambini nati con la PMA. Nei bambini nati si manifestano anomalie congenite con una frequenza aumentata del 36% rispetto ai controlli.

Se nella popolazione generale il tasso di malformazioni congenite è pari al 2,5% (dati Eurocat)  ci si aspetta che nei bambini nati da fecondazione in vitro questo tasso aumenti fino al 3,4-4,1%.

Nella stessa review non si nota una differenza significativa di malformazioni congenite tra bambini nati con FIVET o ICSI  anche se, confrontando le due tecniche con il concepimento naturale, la  FIVET mostra un rischio più contenuto rispetto all’ICSI.

Esistono strategie per diminuire il rischio di difetti alla nascita in un trattamento di PMA?

  • Sicuramente trasferire  embrioni singoli riduce il rischio, dato che  i bambini nati da gravidanze multiple hanno maggiori probabilità di affrontare sfide fisiche e cognitive.
  • Ricorrere all’ ICSI come tecnica di fertilizzazione solo  quando assolutamente necessario. Come dimostra un ampio studio del New England Journal of Medicine, l’incidenza delle malformazioni congenite è inferiore quando viene praticata l’inseminazione convenzionale. Anche in questo caso però i gruppi di pazienti che necessitano dell’ICSI ( per grave fattore maschile)  hanno ovviamente  caratteristiche diverse di quelli che possono ricorrere alla FIVET.

La PMA espone al rischio di cancro?

Si tratta una domanda molto frequente tra chi si accinge a fare un trattamento e spesso esiste tantissima disinformazione sul tema, anche tra gli stessi medici.

Gli studi si  concentrano principalmente sulla verifica del rischio di sviluppare cancro al seno o alle ovaie in donne che si sottopongono alla PMA. E i risultati attualmente sembrano rassicuranti ( ma ovviamente in condizionale è d’obbligo).

Si tratta in ogni caso di un  argomento difficile da affrontare per due motivi. In primo luogo, quando si cerca di capire se il trattamento di PMA è la causa del cancro, i ricercatori devono assicurarsi che le popolazioni che stanno confrontando siano le stesse. In questo modo qualsiasi differenza nei risultati può essere attribuita alla PMA  e non a un altro fattore.

Questo non è praticamente possibile in quanto i ricercatori devono confrontare le popolazioni che non hanno  bisogno di PMA (popolazioni fertili) con quelle che ne hanno  bisogno (popolazioni infertili). Di conseguenza, può risultare  difficile distinguere se è  il trattamento, o le diverse popolazioni, responsabile di eventuali differenze nei tassi di cancro. Ciò è particolarmente importante perché è stato dimostrato che linfertilità di per sé è correlata una maggior propensione a sviluppare il cancro.

In secondo luogo, il cancro è un evento raro e quindi richiede il monitoraggio di grandi volumi di pazienti, nel corso di molti decenni, per rilevare eventuali differenze nei tassi di malattia. Ciò significa spesso affidarsi  a registri storici, che sono meno efficaci nel rivelare le risposte rispetto a uno studio prospettico randomizzato.

Rischio di cancro al seno e alle ovaie

Non è chiaro se l’assunzione di farmaci per la fertilità, in particolare le gonadotropine, aumenti il ​​rischio di sviluppare un cancro al seno.

Uno degli  studi più ampi a disposizione  è stato pubblicato recentemente  nel 2018, prendendo in considerazione oltre 200.000 pazienti e un follow-up di 10 anni.

I ricercatori non hanno rilevato un aumento del rischio rispetto  per il cancro al seno in generale, ma un rischio leggermente più elevato per il cancro al seno in situ (spesso localizzato nei dotti galattofori) e per tumori ovarici invasivi e borderline.

Questo aumentato rischio è legato al trattamento per la fertilità o al fatto che le pazienti sono infertili?

Secondo uno studio olandese del 2016, tra le donne sottoposte a trattamenti di fertilità nei Paesi Bassi tra il 1980 e il 1995, il trattamento in vitro  rispetto al trattamento di fertilità non in vitro  non era associato ad un aumento del rischio di cancro al seno dopo un follow-up  di 21 anni. Anche il rischio di cancro al seno tra le donne trattate con FIVET non era significativamente differente da quello nella popolazione generale. Questi risultati sarebbero quindi  coerenti con l’assenza di un significativo aumento del rischio a lungo termine di cancro al seno tra le donne che hanno fatto un trattamento di PMA.

Ci sono   alcune osservazioni interessanti sul tema dell’età. Alcuni studi indicano che la fecondazione in vitro in età giovanile  è più rischiosa, mentre altri hanno dimostrato  che il trattamento in tarda età è più rischioso.

Come potete capire nonostante gli studi attualmente a disposizione, non ci sono conclusioni definitive.

Quello che è certo  è che la PMA è indispensabile  per avere un figlio biologicamente proprio,  per le coppie che hanno particolari problemi di fertilità (fattore tubarico, fattore maschile, ecc). Vale la pena quindi prendersi alcuni eventuali rischi? La risposta non è universale, ognuno farà a la propria scelta, l’importante è farla in modo consapevole.

Tutti gli studi citati sono linkati all’interno del post per un vostro ulteriore approfondimento 

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Elena

Biologa ad indirizzo fisiopatologico, laureata con lode all’Università di Padova, nel 2007 dopo il primo “mi spiace non c’è più battito”, con mio marito diamo vita a Periodofertile.it, un punto di informazione e di incontro per donne e mamme.
Attualmente sto seguendo un Master di II livello presso l'Università di Padova in Tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita e Scienze della Riproduzione Umana.