In Italia 115 mila neomamme hanno lasciato il lavoro tra solitudine e indifferenza

Eppure in questi tredici anni ho imparato che, come madre, me la devo cavare da sola. Perché i figli, in questo paese non sono considerati responsabilità di entrambi i genitori né tantomeno sono visti come un patrimonio della società tutta. Qui i figli sono solo un problema delle madri. Li avete voluti? – È il messaggio, costante e inequivocabile -.

Adesso cresceteveli e arrangiatevi ”.

Claudia de Lillo scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica

 

Se basta guardarsi attorno per rendersi conto delle difficoltà che le madri sono costrette ad affrontare quotidianamente nel nostro Paese, quando ci si confronta con i dati numerici, i dubbi purtroppo si trasformano in una mesta realtà.

I numeri dell’Ispettorato nazionale del Lavoro raccontano una realtà che definire preoccupante è riduttivo: stiamo parlando di 115mila neomamme che tra il 2011 e il 2016 sono state costrette a lasciare il mondo del lavoro. Una su due ha un’età inferiore ai 35 anni.

Inoltre, sempre dal 2011, le mamme che si sono dimesse sono più che raddoppiate, con un aumento del 55%: nell’ultimo anno del governo Berlusconi avevano lasciato il lavoro 17.681 neomamme, nell’ultimo anno di Renzi sono state 27.443. Un trend in spaventoso aumento che non è altro che la cartina di tornasole delle discutibili politiche per la famiglia di questi ultimi anni.

Il motivo di questo abbandono forzato al mondo del lavoro è presto spiegato: l’impossibilità di fare conciliare le esigenze della vita professionale con il nuovo ruolo di mamma.

Si comincia con molto ottimismo e buona volontà a cercare di impostare un’organizzazione “sostenibile” a misura di tutta la famiglia, o che quantomeno non scontenti troppo nessuno.

Accade però che anche le intenzioni più nobili vadano in frantumi di fronte a una realtà molto diversa da quella che si sperava.

dimissioni neomamme

Lavoro e maternità

Al rientro dalla maternità, a seguito di pressioni neanche troppo velate a “tornare il prima possibile”, ci si imbatte in tutto tranne che in circostanze favorevoli: il demansionamento infatti è all’ordine del giorno così come situazioni in cui anche dopo molti anni è di nuovo “tutto da dimostrare”. Una volta rientrate al lavoro le donne si trovano ad affrontare impegni e orari sempre meno compatibili con la nuova situazione familiare, che viene vissuta sul posto di lavoro come un notevole impiccio. Ultimo ma non di importanza, rimane il grande dilemma dell’organizzazione della giornata dei bambini. Quando i nonni non possono o non desiderano farsi carico di questo impegno, bisogna valutare se è il caso di iscriverli al nido o affidarli a una tata.

Ciao, posso accompagnarti nei primi mesi del tuo piccolo?
Mese per mese tante piccole notizie ed idee per stare bene con il piccolo e tutta la famiglia. Elena.
  
Proseguendo, confermo di accettare i termini di utilizzo e il trattamento dei miei dati di Periodo Fertile.

Se è vero che il nido offre un’assistenza e un programma educativo per tutte le età, è altrettanto da sottolineare che in molti casi l’ingresso in comunità espone i bambini a frequenti malattie, e non è nemmeno raro che il pediatra suggerisca all’ennesimo malanno di tenerli a casa.

La babysitter rappresenta indubbiamente una grande comodità, è lei a spostarsi al mattino evitando ulteriori corse nel traffico, ma trovare una figura realmente affidabile e competente a cui lasciare il bimbo tutta la giornata è un ago in un pagliaio.

E veniamo all’ultima nota, tra le più dolenti: quando non si hanno i requisiti per accedere a un nido comunale, si deve ricorrere a una struttura privata o a una tata. Inutile dire, che se paragonati agli stipendi medi, i costi di questo tipo di servizi in Italia sono assolutamente esorbitanti e insostenibili.

Le dimissioni, una non scelta

E quindi, un’ insieme tra condizioni pesantemente sfavorevoli, mobbing al rientro (quando non già durante la gravidanza), tutele sempre più carenti e affanno continuo portano quello che è stato definito un “esercito silenzioso” di mamme all’unica soluzione che in quel momento è percepita come percorribile: gettare la spugna e decidere di dimettersi “spontaneamente” per occuparsi in prima persona dei figli. Correre da mattina a sera per uno stipendio che si scioglie come neve al sole tra aiuti e spese, con l’aggravante di non avere il tempo di prendersi cura in prima persona del proprio bambino, è una frustrazione che con il passare del tempo diviene sempre meno tollerabile, una “fatica inutile”.

Dopo i primi tempi tuttavia, il sollievo iniziale può lasciare il posto a sentimenti di rabbia e depressione. Non è difficile infatti rendersi conto che lasciare il lavoro non è stata una  vera scelta: prendere una decisione significa vagliare liberamente tra diverse alternative percorribili, quando invece non esistono altre opzioni non si può più parlare di scelta ma di obbligo.

E quindi, è così che un numero impressionante di donne capaci negli anni centrali della loro vita, persone che per la società costituiscono un patrimonio e un valore aggiunto in termini di professionalità e competenze, escono di scena, per qualche anno o in altri casi definitivamente. Perché vale la pena ricordarlo: scendere dalla giostra significa rischiare di non metterci definitivamente più piede.

donne dimissioni maternità

Momenti di rimpianto, rabbia, delusione, aspirazioni professionali mancate, estrema stanchezza e giornate di solitudine sono tutte emozioni che fanno della maternità un’esperienza a tutto tondo, un vissuto meno idilliaco di quello che viene costantemente propinato dai media e dal web, ma estremamente reale e autentico. Non solo felicità e senso di realizzazione, ma sempre più spesso rinunce perché purtroppo non è un mistero nemmeno che a nessun uomo, genitore tanto quanto la donna la società impone di rinunciare a tanto, di mettere da parte per anni la propria carriera, di ridimesionare aspirazioni e aspettative.

La crescita di un bambino, infatti, privilegio e insieme grandissimo lavoro, è quasi totalmente un compito delle donne. Eppure non si può dimenticare che dietro la dedizione e l’amore di una mamma rimane comunque una persona, un individuo che per realizzarsi pienamente necessita anche di relazioni sociali “adulte” e della possibilità di autodeterminarsi, di compiere le sue scelte, di contesti dove possa sviluppare il suo potenziale.

L’imperativo dell’essere donna

Oltre a tutto questo (che certamente non è poca cosa), c’è una continua pressione sulle madri, in tutti i sensi. Perché spesso dopo aver rispedito nel fondo del cassetto aspirazioni e sogni, se non per sempre almeno per un periodo, la pressione continua.

Bisogna “ricordarsi” di essere donne prima che madri, e poi ancora compagne e mogli. Bisogna continuare a piacersi e piacere, a “tenere accesa” la coppia.

Bisogna trovare tempo da ritagliare per se stesse, non bisogna trascurare il proprio aspetto fisico, tornando possibilmente quanto prima nella taglia di pantaloni prima della gravidanza.

Insieme a tutta questa sequenza di imperativi, spesso totalmente incompatibili con la reale quotidianità di una mamma con scarsi aiuti, dovrebbero fornire anche le istruzioni, visto che le giornate di una mamma sono tutto tranne che riposanti e in molti casi con esigue possibilità di svago.

imperativo essere donna

La solitudine delle mamme

La realtà è ben diversa da quello che gli stereotipi sociali continuano a propinare, e mai come in questi anni si tratta di una realtà piuttosto solitaria.

Per molte ragioni, le coppie con bambini si trovano ad affrontare la genitorialità completamente sole. La società, e peggio ancora spesso le stesse famiglie di origine sembrano rimandare lo stesso messaggio, più o meno velato: “I figli sono i vostri, ora arrangiatevi”.

Basta una rapida panoramica sui forum e sui gruppi di mamme in rete e ci si rende conto che le città brulicano di mamme sole, alla ricerca di momenti di aggregazione, di informazioni, di condivisione, di conforto. Spesso anche solo di compagnia di altre donne con bimbi della loro età con cui scambiare qualche parola e una passeggiata nel parco.

Essere madri in questo tipo di società è tutto tranne che semplice, perché appigli a cui aggrapparsi ce ne sono molto pochi e chi non ha il privilegio di poter contare su una disponibilità economica tale da potersi permettere aiuti che rappresentino un vero sollievo, è destinata ad anni tanto indimenticabili quanto faticosi.

Qualche decennio fa la famiglia, intesa non solo come nonni, ma come zie, cugini, e parenti vari, offriva un sostegno che ora per la maggior parte dei casi sembra non esistere più.

A partire dai giorni dopo il parto i famosi “quaranta giorni del puerperio”: la donna tornava a casa e per oltre un mese veniva totalmente accudita dalla famiglia, per avere il tempo necessario di riprendersi e tornare in forze per accudire il piccolo.

Ora i corsi preparto danno consigli ben più pratici alle mamme in attesa: qualche giorno prima di entrare in ospedale, si suggerisce di prepararsi qualche piatto e congelarlo in freezer. Sarà utile al ritorno a casa, quando probabilmente non ci sarà nessuno. Al limite qualche visita in orari e momenti inopportuni, ma che qualcuno offra un supporto è quasi una rarità, quindi è bene attrezzarsi per tempo senza grandi aspettative.

Domande in cerca di risposte

A questo punto non si può fare a meno di domandarsi, ancora prima della società, dove è finita la famiglia con tutte le sue certezze? Dov’è il nostro porto sicuro?

Si può davvero pensare che una sola figura, quella della “madre” possa sopperire al vuoto siderale che la circonda? A politiche sociali inesistenti, a uomini che vengono definiti “bravi padri” se imparano a cambiare qualche pannolino o si alzano una volta su dieci la notte “ad aiutare la moglie” come fosse una benevola concessione e non parte del loro dovere di genitore, a reti familiari che si sgretolano davanti agli egoismi di ognuno?

Davvero un compito così importante, meraviglioso, arduo e delicato, può gravare solo su un paio di spalle? Davvero i bambini non costituiscono più un “valore” per la società intera? Un detto africano recitava che per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Ci si accontenterebbe di molto, molto meno.

Basterebbe solo che ognuno avesse ancora voglia di fare la sua parte.

Valentina Desario

Valentina Desario

Spirito libero, da sempre. Appassionata di sceneggiatura, sociologia e letteratura. Copywriter, redattrice, divoratrice di libri, sognatrice con i piedi per terra. Da qualche mese totalmente stravolta dall’arrivo di un paio di occhi più limpidi dell’acqua.

Lascia un commento

12 Commenti

  • Io sono una mamma di due gemelli di quasi 6 mesi. Le nostre famiglie sono a 500 km di distanza quindi ce la stiamo cavando da soli. Fortuna ho un marito d’oro, a volte più mammo di me, però è dura. Ora andranno al nido per metà giornata e tornerò a lavoro per 4 ore, altre 4 sono di allattamento e la titolare non è molto felice ma come faccio? È dura, a volte mi sento talmente stanca che penso ma chi me l’ha fatto fare, poi li guardo e mi riscaldo il cuore. Bisogna tener duro.

  • Care mamme, sante parole scrive Valentina e condivido pienamente i vostri commenti.
    Un figlio è un dono bellissimo è quasi un rinascere, ti permette di rivedere la realtà con un rinnovato entusiasmo. ..però caspita che fatica!…
    Non ricordo più l’ultima volta che ho messo piede in un cinema, per dirvi un banale svago che avevo…tutto ora è a misura di bambino, si tutto molto bello però. ..
    E poi le zie, 4 ne ho! dove si vedono piu’…
    Le nonne fanno quello che possono…
    Mi raccomando non più di 1 o 2 ore si tengono i nipoti, non si sa mai se sgarri.
    Gli amici e tutta la combriccola della famiglia ti si appiccica solo quando hai la panza poi si fanno vedere, notare solo vedere, per un po all’inizio che hai partorito. Poi so fatti tuoi…
    Appunto fatti nostri, i figli li abbiamo voluto o meno noi…almeno però non giudicateci
    Tenetevi la vostra vita e noi la nostra, con i nostri bimbi speriamo di cavarcela.

  • Anch’io ho letto l’articolo e arrivata in fondo volevo piangere. Ho due bimbi di 4 anni e quasi 18 mesi. Col primo ho ottenuto il parte time, ma solo xké gli affari andavano male e alla ditta faceva comodo. Col primo ho avuto i nonni presenti ( a dire il vero anche troppo…) Ma mi sono risparmiata due anni di nido. Il secondo, è arrivato poco dopo che tra le lacrime avevo deciso che no, un secondo figlio non si b può. Non sapevo come dirlo a lavoro. I primi 4 mesi ho persino superato di abortire. Me ne vergogno, perché gli voglio un bene dell’anima pero è vero. I nonni col primo hanno fatto un macello quindi il secondo al nido a 11 mesi. Ho dovuto piangere in ostrogoto per il part time a lavoro xké non volevano ridarmelo. E anch’io come la mamma di prima che si è licenziata, mi sento dire ‘ se ce la fai’. Noi viviamo praticamente con uno stipendio da operaio, mentre il mio va nel mutuo e nido. Arriviamo preciso a fine mese. Non ci sono vacanze l’estate, ci muoviamo con un utilitaria e una smart usata quando possibile in bici. Non chiedo quasi niente ai nonni, xké son stufa di b sentirmi dire quanto erano eroine loro…. Che però hanno mollato il lavoro all’arrivo del primo figlio perché povere non avevano nessuno che glielo tenesse. poi però manco all’asilo li hanno mandati: uno perché non voleva andarci l’ altro perché lo vedeva serio….. (la suocera) e mia mamma ci mandava all’asilo fino alle 4 e ha lavorato sporadicamente e solo m pochi anni. il problema è che anche se lvorassi 8 ore sarebbe tutto uguale xké dovrei pagare il nido fino alle 4 e una baby sitter che mi tenga i bimbi fino alle 7, alla lunga pure una signora che mi sistemi un po casa xké con gli orari che ho parto alle 8 e torno alle 7. Sarei povera come ora, ma ancora più triste e frustrata xké i miei bimbi li vedrei poco e nulla. Almeno col part time il pomeriggio sto con loro. Pure se è una fatica xké cmq il da fare a casa c è. Il mio sogno? Poter avere le stesse leggi dei paesi nord europei, che ti permettono di stare a casa fino ai 12 mesi del bambino. E nessuno ti guarda storto pensando che sei un parassita. E il Part-time è una realtà, e anche pagata meglio che da noi. Insomma vorrei poter crescere i miei figli, xké sono la loro mamma e la responsabilità è mia e conciliare il lavoro.

  • L’articolo descrive una situazione reale e faticosa. Sono mamma di due bimbi piccoli, 8 mesi e 4 anni. Io e mio marito viviamo in una città lontana da dove siamo nati. I nostri genitori sono tutti e 4 morti. Mio marito lavora tanto. Ho dovuto ridimensionare il lavoro tra fiducia, amore, frustrazione, stanchezza e delusione. Quali possono essere le alternative a una situazione così descritta nell’articolo? Cosa chiediamo noi mamme? Che i nostri mariti lavorino meno? Che la produttività aziendale si adegui ai nostri ritmi nuovi che di fatto abbiamo scelto di impegnarci in un nuovo e altro lavoro? ( perché essere madri e accudire i figli è un lavoro anche se non retribuito). Che i nidi a 8 ore al giorno siano disponibili a tariffe molto agevolate o bassissime, per permetterci di fare la vita che facevamo prima? Il mio tono non è “polemico” ma solo curioso. Vorrei capire quali alternative o supporti poter chiedere. Essere madri vuol dire occuparsi sei propri figli. Di sicuro dei piccoli aiuti possono essere un sostegno ( una baby sitter 1 ora, quando possibile). Ma per il resto non posso pensare di poter delegare ad altri la mia responsabilità di madre, considerando e partendo dal presupposto che i padri facciano il loro dovere e tutto quanto è nelle loro possibilità per sostenere la famiglia. Grazie a tutti per il confronto. Forza e coraggio. Essere madri è faticoso e implica mille rinunce.

    • Tanto x essere concreti, alcune delle cose che potrebbero rappresentare quello che “chiediamo noi mamme” sono:
      1.non essere costrette o invitate più o meno velatamente a rinunciare al posto di lavoro perché decidiamo di avere dei figli. Sarebbe anche molto bello se le fortunate che il lavoro riescono a tenerselo non venissero fatte sentire come delle persone con poca voglia di lavorare se si devono assentare x’ i figli sono malati. I bimbi che vanno al nido purtroppo si ammalano spesso, soprattutto all’inizio. Ma per poter tornare a lavorare, i bimbi al nido ci devono pur andare, perciò bisognerà mettere in conto qualche assenza x malattia dei figli…
      Magari un supporto statale alle aziende che hanno dipendenti che si assentano per malattia dei figli, potrebbe essere un modo per evitare che il costo delle assenze ricada sulle imprese (che, se piccole, magari patiscono).
      2.Esiste il congedo parentale x i padri, è previsto per legge da anni…. Ma se un padre chiede di usufruirne viene guardato come se fosse un alieno e tentano di ostacolarlo in ogni modo (dando informazioni parziali o errate e dimostrando tutto l’imbarazzo per il trovarsi di fronte a richieste mai fatte da altri dipendenti). Parlo per esperienza diretta di mio marito.
      C’è da dire che, a voler essere sinceri, tanti padri non sarebbero neanche poi così disponibili a prenderselo il congedo parentale… Vuoi perché temono di perdere chances di carriera, vuoi perché in fondo è una “cosa da donne”… Insomma, dovrebbe proprio cambiare la cultura del paese su questa cosa: il congedo è “parentale” perché dovrebbe essere normale lo facessero entrambi i genitori….
      3.in alcune città i nidi con apertura di 8h sono una realtà (a Milano è così)…. Ma nella maggior parte dei centri italiani alle 16 chiudono tutte le scuole di ogni ordine e grado, con buona pace degli orari lavorativi dei genitori…. Ecco, magari sarebbe buona cosa offrire orari più prolungati. Almeno ci si risparmia il costo della babysitter da aggiungere a quello del nido.
      4. Le detrazioni per i figli sono ridicole. Su uno stipendio medio di circa 1200 euro netti, le detrazioni per figli minori sono di 36 euro lordi al mese (che netti saranno 22),che diminuiscono ulteriormente dopo il compimento dei 3 anni del figlio…. Ecco, magari andrebbero adeguate alla realtà.

      Queste sono solo le prime cose che mi vengono in mente, ma ce ne sono sicuramente altre…
      Detto ciò è chiaro che nessuna può pretendere di vivere la vita di prima, semplicemente perché dopo un figlio tutto cambia radicalmente (e per tante cose il cambiamento è positivo)…
      Né penso possa essere scambiato come un voler delegare ad altri le proprie responsabilità di genitore il fatto di sperare nel supporto della propria famiglia (se c’è) intesa non solo come nonni, ma anche come zii cugini ecc… Purtroppo i figli altrui vengono percepiti come rogne, non come la realtà del futuro, questa è la verità.

  • Cara Valentina Desario,
    Difficilmente ho letto tante verità una in fila all’altra… Spero queste righe capitino sotto gli occhi di più persone possibile, magari di colleghi, datori di lavoro, padri che di sentono eroi solo perché cambiano un pannolino a sera dopo essere spariti per l’intera giornata (durante la quale hanno continuato la loro vita tale e quale a come era prima dei figli).
    Per il lavoro sono fortunata, sto riuscendo a mantenerlo… Ma già il fatto che per questo io sia una privilegiata è assurdo.
    Quello che invece non mi è risparmiato, e che è descritto veramente bene nell’articolo, è la solitudine assoluta, la consapevolezza che tanto si può contare solo su di sé, l’ansia che non ci si può concedere nemmeno il lusso di beccare l’influenza.
    Stuoli di amici (che evidentemente tali non erano) che scompaiono appena metti piede fuori dalla sala parto.
    Famiglie di origine che beatamente se ne fottono.
    … E dulcis in fundo loro, le migliori, quelle ormai in età da essere nonna che, invece di capire la situazione e magari dirti una buona parola, ti fanno notare che loro avevano almeno 5 figli tutti allattati fino ai 2 anni, mica come le mamme di ora tutte esaurite. Grazie per aver descritto a queste signore (sicuramente tutte bravissime mamme, per carità) l’evidenza: cioè che, banalmente, la società prima era organizzata in maniera diversa, in modo da tutelare la maternità e da considerare i bimbi come un bene per tutti.
    Insomma Valentina, diffondi il verbo che fai cosa benemerita.

  • Una lettura tristemente vera. Mi ritrovo in tutto ció che c’è scritto. Mia figlia ha 9mesi, io ho lasciato il lavoro in gravidanza in quanto non percepivo lo stipendio da diversi mesi e la situazione non andava migliorando. Mio marito lavora molto, abbiamo le famiglie molto lontane… il risultato è che la mia giornata è un concentrato di tristezza e solitudine. Lui mi aiuta quando glielo chiedo, ed odio chiedere. La cosa che mi fa più arrabbiare è che quando siamo noi mamme a fare tutto e di più è normale, anzi giusto, nel momento in cui i papà o chiunque altro ci danno un minimo aiuto viene visto come un estremo gesto di cui essere infinitamente grate.
    Non abbiamo il diritto di essere stanche, o semplicemente di poterci prendere 5 min per noi.
    Siamo sole in quest’avventura. L’unica cosa che mi rincuora è lo sguardo di mia figlia che mi fa mandare giù le lacrime e rimboccarmi le maniche.

  • Vorrei stampare e far leggere questo articolo a TUTTI! Purtroppo anch’io sono una mamma che ha dovuto fare 10 passi indietro, che lavora per pagare il nido, che “no non posso fermarmi per la riunione delle 18.30 perché la babysitter va via a quell’ora”. Politiche per la famiglia? Inesistenti. Solo tanta solitudine e frustrazione.

  • Io sono una mamma che per ora riesce a mantenere il lavoro per pagare il mutuo ……mio marito mi aiuta tantissimo nel crescere il nostro amore e spesso è più bravo e paziente di me ….noi 3 siamo un ottima squadra……le noatre famiglie non riescono ad aiutarci e non si offrono …..dal primo momento siamo stati solo noi ad affrontare la depressione post partum, la stanchezza, le incertezze e i dubbi …..e ce la siamo cavata “spero” bene ….siamo tanto stanchi e un pò arrabbiati con chi ci aveva promesso aiuto ed oltre a non averlo fatto fa anche battute sul fatto che “loro ce la facevano ad accudire casa e crescere bambini” e noi non chiediamo più niente a nessuno …..il nostro piccolo crescerà con l amore di mamma e papà e un giorno glielo racconteremo

  • Io sono una di queste 115mila mamme ad aver abbandonato il posto di lavoro per pensare alla felicità di mio figlio che è l unica cosa che mi interessa
    Concordo con tutto ciò che l articolo sottolinea ma la cosa che mi fa più rabbia sono le persone che alla tua scelta commentano con un banalissimo “se te lo puoi permettere”
    Forse una volta ero anche io una di queste senza rendermi conto di ciò che realmente significa…
    È molto più faticoso di quanto si pensi sia economicamente che psicologicamente fare una scelta del genere
    Avere un figlio ti cambia totalmente il modo di pensare e bisogna imparare a non giudicare mai e poi mai quello che fanno gli altri, questa è la lezione più importante che sto imparando.

  • Leggendo mi sono venute le lacrime agli occhi. Finalmente qualcuno che scrive la realtà. MI arrabbio sempre quando mi dicono che devo trovare il tempo per me e per mio marito, ma dormo 2-4 ore a notte e la mattina lavoro e poi mi posso mettere sul divano per un’ora? certo che no! Ho mia figlia e poi la sera dopo che è andata a dormire devo pulire casa e organizzarmi per il giorno dopo. Tante volte vorrei solo poter riposare anche solo un momentino e se vado dai suoceri (che ho in un’altra città) e mi metto un’oretta sul letto devo pure sentire le battute che sono sempre stanca e che loro hanno fatto sempre tutto. Mha