Bambino scosso: dove siamo quando le madri stanno male?

Le mani che aiutano sono più sacre delle bocche che pregano.”
Sai Baba

Bambino scosso aiuto mamme

In questi giorni una dolorosa vicenda è balzata alla cronaca: a Padova, un bambino di 5 mesi ha perso la vita dopo essere stato violentemente scosso dalla madre: è stata la donna stessa a confessare al pm di essere stata autrice del gesto, esasperata da un pianto di due ore.

Che questo gesto, che ha condotto al tragico epilogo che tutti purtroppo conosciamo, non abbia giustificazioni è qualcosa di incontrovertibile, come è altrettanto vero che continuare a negare che le madri siano sempre più sole, equivale a chiudere gli occhi su un evidenza sempre più difficile da nascondere.

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Sole mentre affrontano la gravidanza con il supporto di corsi preparto spesso inconsistenti, in cui si parla di tutto tranne di quello che probabilmente sarebbe utile sapere, sole in ospedale, quando in preda ai peggiori timori non fanno che sentirsi ripetere la cantilena dell’allattamento e dell’Oms, (utile certamente finché non genera solamente ulteriore senso di colpa in chi non riesce ad allattare), fino spesso ad approdare a quell’isola definitivamente deserta che sarà la  casa al loro ritorno, in cui si troveranno sole, come mai prima in un momento di vulnerabilità estrema: l’aumento delle depressioni postparto, ne conferma infatti tutte le difficoltà.

Marilde Trinchero, nello splendido “La solitudine delle madri” riporta una testimonianza in cui non è difficile riconoscersi: “C’era una cosa che mi sconcertava quando Irene era piccola. Se raccontavo della mia gioia nello svegliarmi al mattino e trovarla nella sua culla accanto al letto, dei nostri giochi, delle nostre risate, del nostro crescere insieme a lei, chi mi ascoltava annuiva e sorrideva (e presto si annoiava).

Quando invece provavo a dire la mia fatica, c’era anche quella, insomma, i dubbi, le paure e le mancanze, di altre cose che avevo lasciato, chi mi ascoltava assumeva un’espressione di sconcerto, quanto comunque di giudizio, verso qualcosa che non si sarebbe dovuto poter dire”.

Le mamme non possono permettersi di dire di essere stanche

Quando va bene e si incontrano donne con un vissuto analogo si trova un terreno comune di condivisione si riesce a stabilire un dialogo, ma quando non è così, ci si trova sotto uno sguardo che fa male e si impara presto a tacere i propri sentimenti, nel timore del giudizio. Perché questo accade?

Perché il materno è sacro. Da sempre. E chi si azzarda a oltrepassare quell’aura di sacralità riceve in cambio sgomento. E le parole difficili, quelle che sentiamo di non poter permetterci di pronunciare vengono ricacciate in gola. L’immagine socioculturale dominante legata alla madre non ammette alcuna umana ambivalenza e questo priva molte donne della possibilità di condividere un vissuto e un carico emotivo che può diventare oneroso. L’aspetto più grave e superficiale di tutto ciò è quello di considerare l’umore depresso non un disturbo da prendere in seria considerazione, ma una debolezza, un capriccio, perché in fondo si sa “Ci siamo passate tutte e ci siamo arrangiate”.

Peccato che le donne che oggi si fanno vanto di essere passate indenni attraverso questo passaggio, hanno probabilmente la memoria corta su altri aspetti. Fino a non molto tempo fa i giorni del puerperio erano una fase “sacra” in cui la neomamma riceveva le attenzioni da parte della famiglia.

Supporto emotivo e anche pratico, per avere modo di riprendersi dalla gravidanza e dal parto, per elaborare i propri vissuti e le proprie emozioni. Esisteva una “rete”, che la accompagnava attraverso questa tappa esistenziale importante e complessa, che la sosteneva sia a livello pratico che morale.

Dove siamo quando le madri stanno male?

Dov’è finito oggi tutto questo? Dove e in quale modo si è dissolta questa rete? Chi si siede di fianco alla donna a fare i conti con il senso di inadeguatezza, dove è il sostegno di fronte all’autentica fragilità che si prova di fronte a un neonato? Chi aiuta la madre a fare i conti con contenuti emotivi non sempre facili da comunicare? Chi si prende l’onere di fare il passaggio del testimone da una generazione all’altra?

Dove sono finite in buona sostanza madri, zie, cugine, amiche? Dove sono finite le donne?

Se una volta esisteva una famiglia allargata che faceva da supporto, ora la neomamma dopo 3 giorni viene dimessa dall’ospedale senza alcun tipo di supporto né sostegno.

Padri al lavoro dopo una settimana, quando va bene: dimentichiamo la cugina che suona alla porta con il brodo, la zia che si offre di fare la spesa e dà il tempo di una doccia o  l’amica che ci è già passata che trova il tempo di due chiacchiere. Spesso non esiste nulla di tutto ciò e la donna sprofonda giorno dopo giorno in una solitudine sempre più profonda, senza alcuna protezione familiare concreta.

Ora i corsi preparto sono diventati più “concreti” anche in questo senso: le ostetriche incoraggiano le mamme a prepararsi qualche pasto da scongelare al momento una volta tornate a casa, perché verosimilmente nessuno sarà lì a sfornare manicaretti. Da “stato interessante”, la nuova condizione smette presto di interessare, purtroppo.

Insieme a questo ci si raccomanda anche di procurarsi aiuti per tempo: un’ostetrica a domicilio per chi può, la puericultrice per la notte, e la doula. Il tariffario di una doula, solo per fare un esempio, una figura non medica di sostegno alla madre, ha un costo che varia dai 15 ai 30 euro all’ora.  La domanda sorge spontanea: chi può permettersi davvero e in modo minimamente continuativo questo tipo di aiuto in modo da avere reale sollievo?

Alcune, certamente, ma non tutte. E chi non ha nessuno vicino e non ha la possibilità di farsi aiutare o rinuncia in partenza a diventare madre, altrimenti è destinata a una vita estremamente faticosa, gravata spesso anche da una mancanza di condivisione, spesso quasi totale.

Si parla di una madre che ha scosso il figlio, e verosimilmente porterà per ogni giorno della sua vita il terribile peso di questa tragedia.

Sorgono però spontanee alcune domande: dove era il padre? Dove erano i nonni? Dove erano le famiglie della madre e del padre?

Dove erano e dove sono sempre tutti quando le madri danno evidenti segni di cedimento? Quando le si vede trascinarsi letteralmente senza forza?

Crediamo davvero che nessuno si accorga mai della stanchezza, dell’esasperazione, della difficoltà, o della depressione postparto oppure fa solo comodo girarsi dall’altra parte? Beh, hai voluto la bicicletta, adesso pedala, è così che si dice, giusto?

Non tutte riescono a pedalare, evidentemente.

Viviamo in una società alla deriva, impregnata di stereotipi culturali grotteschi che non fanno che riproporre personaggi “piatti”, totalmente privi di credibilità. Personaggi costruiti a tavolino, che reiterano stereotipi totalmente inverosimili. Che parlano alle donne promettendo esperienze assolutamente irrealizzabili, che le fanno sentire in colpa di ogni conflitto interiore, che le condannano a una recita senza fine. Una recita a cui tutti fa comodo credere per evitare di prodigarsi in qualsiasi tipo di aiuto: meglio fingere che va tutto bene, costa certamente meno fatica.

Si dovrebbe forse iniziare a smettere di pensare a quella naturalità della maternità, e di abusare del concetto di istinto materno. Ci è stato tramandato un messaggio molto pericoloso, quello dell’indistruttibilità materna anche di fronte a una realtà che dice in continuazione il contrario.

Iniziamo a dire che le difficoltà esistono, non in forma anonima nei gruppi di mamme (sempre per paura del giudizio).

Quanti dolori potrebbero essere risolti, quante ferite curate per tempo se si andasse a fare luce anche sui lati che ci piacciono meno?

Forse smettere di considerare la madre “felice” per definizione potrebbe essere un buon inizio: “Il sacro istituto della maternità – afferma Marilde Trinchero –  è malato, ha bisogno di cure: la più urgente è quella di alleggerirlo da quell’aura di sacralità. La sua struttura, il suo scheletro, non funzionano più. Sta in piedi malamente sulla pelle delle donne, ma la pelle non dura a lungo se le ossa si stanno sgretolando.

Lo scheletro della maternità ha le ossa sparse in un deserto pieno di quella sabbia dove gli struzzi – si dice – nascondono volentieri la loro testa. Bisogna tirare fuori la testa e pensare la maternità in altro modo da quella attuale e bisogna recuperare quelle ossa, poiché in essa si trova la forza vitale.

Poi è necessario cantare, perché così facendo si tornerà alla vita.

Cantando la verità, dunque. Perché solo dicendo la verità, la maternità potrà essere una creatura completa

Valentina Desario

Citazioni tratte dal libro di  Matilde Trinchero, La solitudine delle madri, Magi Edizioni

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Valentina Desario

Spirito libero, da sempre. Appassionata di sceneggiatura, sociologia e letteratura. Copywriter, redattrice, divoratrice di libri, sognatrice con i piedi per terra. Da qualche mese totalmente stravolta dall’arrivo di un paio di occhi più limpidi dell’acqua.

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