Tutti hanno diritto alla rabbia, tranne i bambini

“Sii te stesso, cerca la tua strada.
Conosci te stesso prima di voler conoscere i bambini. Renditi conto di quello di cui tu stesso sei capace, prima di iniziare a limitare il campo dei loro diritti e doveri”.
Janusz Korczak, pedagogo, scrittore e medico

Basta uscire di casa, e forse nemmeno, in realtà è sufficiente accedere a uno  qualsiasi dei Social Network utilizzati da milioni di utenti per notare che la rabbia è un stato d’animo che le persone fanno sempre più fatica a reprimere, o forse, non si sforzano nemmeno più di tanto di farlo.

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La rabbia è un’emozione classificata come “negativa” che però ci si concede sempre più spesso, sul Web come nella vita reale, talvolta anche sproposito. Un’emozione dalle mille sfaccettature, che sfocia da atteggiamenti di impazienza e irritazione per un contrattempo, a malumori nei confronti di qualunque fattore “osi” frapporsi ai nostri “piani” e ci provochi ritardi e fastidi.

Siamo purtroppo abituati agli eccessi praticamente in ogni sfera della quotidianità e nessuno di noi si  “scandalizza” più di tanto ad assistere all’ennesima imprecazione sopra le righe al volante o ad assistere allo spettacolo spesso penoso di adulti incapaci di autocontrollo.

Le esagerazioni a cui abbiamo smesso di fare caso passano sempre più sotto silenzio: la rabbia insomma, non è solo diritto di ognuno di noi, ma è anche diventato lecito, quasi doveroso, esprimerla in qualsiasi contesto sociale, anche in pubblico e senza troppe remore.

I comportamenti associati alla rabbia sembrano un diritto di tutti, ma a pensarci bene non proprio di tutti: all’appello manca una categoria, quella dei bambini perché spesso, forse troppo spesso, ciò che ai più piccoli provoca fastidio, e che si traduce automaticamente in pianti e grida, per l’adulto non è mai una ragione sufficientemente importante e il malumore viene immediatamente derubricato a “capriccio”.

bambina arrabbiata

Non importa se abbiamo tolto loro bruscamente di mano un oggetto che suscitava la loro attenzione, se li abbiamo improvvisamente portati via dal parchetto mentre giocavano con gli amichetti, se continuiamo a fare loro fretta su ogni cosa senza rispettare i tempi di apprendimento e di crescita, non importa se non hanno sonno ma continuiamo ad incalzarli affinché seguano routine più adatte a una caserma militare, o al contrario se sono troppo stanchi e faticano a contenere le emozioni. Non importa nemmeno se magari dopo aver trascorso una giornata fuori casa la sera cerchino di attirare la nostra attenzione, anche con il pianto.

Tutto ciò che infastidisce l’adulto o che non riesce gestire, automaticamente diventa questione di poco conto, come se le emozioni dei più piccoli non fossero mai da prendere seriamente in considerazione.

Maria Montessori, il cui nome è oggi spesso oggi viene indebitamente  utilizzato come “marchio di qualità” per rifilare ai genitori oggetti e attività di ogni genere, aveva denunciato chiaramente l’incapacità degli adulti di “vedere” davvero i bambini, in un movimento rivoluzionario che finalmente poneva i diritti dei più piccoli al centro: “Che cos’è infanzia? Un disturbo costante per l’adulto preoccupato e stancato da occupazioni sempre più assorbenti. Non esiste alcun rifugio in cui il bambino senta che il suo animo sia compreso, dove possa esercitare l’attività che gli è propria. Deve starsene buono e in silenzio perché nulla gli appartiene. Tutto è inviolabile, proprietà esclusiva dell’adulto. Che cosa gli appartiene? Nulla”.

Perché i bambini si arrabbiano?

La rabbia del bambino scaturisce da molti fattori tra cui dalla sua presa di coscienza di non essere sempre in grado di raggiungere ciò che desidera e di non poter modellare il mondo a suo piacimento. La rabbia spesso non è altro che lo specchio di questa frustrazione, insieme alla presa di coscienza di un desiderio che non diviene realtà, di un’azione che non può compiersi come il bambino desidera.

Se è vero che i rapporti sociali si trasformano frequentemente in conflitti è altrettanto naturale che ciò possa accadere quando parliamo dei primi rapporti sociali, quelli di un bambino piccolo che sta imparando ad avere a che fare con il mondo, e naturalmente, a “ridimensionare” i propri desideri.

La collera di un bambino di 2-3 anni, diventa quindi una collera “sociale”. Come scrive il pediatra Marcello Bernardi: “Il bambino può arrabbiarsi per molte ragioni, dalla proibizione di fare qualcosa alla costrizione di andare in un certo luogo o ad agire in un determinato modo, al rifiuto di un oggetto o di un’attività, un rimprovero, una punizione, o semplicemente un fallimento di raggiungere qualche obiettivo.

Spesso siamo noi adulti a favorire inconsapevolmente gli accessi di ira del bambino: i visitatori importuni che lo obbligano a recitare la parte del bambino prodigio, buono, servizievole, gentile e mansueto, o che interrompendo le sue attività possono predisporlo a crisi di rabbia violentissime.

Così i genitori che misurano tutto quello che fa il bambino in termini di buono e cattivo lo mettono nella condizione di doversi controllare continuamente, di essere sempre in tensione, di essere costantemente incerto sulla bontà delle sue azioni, fino a che il piccino manda al diavolo il mondo intero con espressioni che sembrano, ma non lo sono, sproporzionate all’incidente che le ha provocate.

Ultimo ma non di importanza, non va sottovalutato il clima familiare quando si analizza il comportamento di un bambino: quando i genitori vivono conflitti continui, quando in famiglia si perdono la “leggerezza”, la capacità di ironia, o di una risata, è sicuramente più facile che il bambino diventi scontroso, riluttante e maggiormente irritabile.

bambino arrabbiato

Gestire la rabbia

Comprendere i più piccoli, sintonizzarsi sulle emozioni, cercare di capirne i bisogni, non significa avere verso di loro un atteggiamento “servile”, tantomeno assecondarli in ogni desiderio.

La principale differenza tra un’educazione rispettosa e una che lo è di meno consiste nel fatto che la prima cerca di essere un sostegno nella fragilità, la seconda invece cerca di evitare le emozioni “fastidiose” al bambino oppure, forse ancor peggio, lo lascia in balia di se stesso, della sua rabbia e della sua impotenza.

Spesso il grande errore di noi adulti è quello di credere che il bambino “debba” sempre essere contento e allegro, di ritenere che la sua esistenza sia priva di problemi: la sua rabbia, la malinconia, il suo disappunto ci portano a provare a disinnescare ogni aspetto negativo, a sottolineare che “non serve arrabbiarsi”, non “bisogna essere tristi” e così dicendo. Il problema è che insegnare ai piccoli a “dominare” le emozioni, a comprenderle e non lasciarsi travolgere, non significa “negare loro il diritto di provarle”, tantomeno di sminuirne le motivazioni e la portata. Se il bambino apprende fin dalla più tenera a reprimere le emozioni, la sua esistenza ne risulterà impoverita: sappiamo tutti che non avere emozioni è assolutamente contro natura.

Le emozioni sono necessarie e il bambino non solo ha diritto di provarle, ma di esternarle senza timore di un giudizio, ed è bene che impari a distinguere colori e sfumature che attraversano il suo cuore, che sappia riconoscerle come reali, che sappia dare loro un nome.

Questo non significa che sia legittimo abbandonarsi ogni minuto ad eccessi di collera, disperazione e rabbia, tantomeno che un genitore non debba intervenire quando però questo non consiste nel “negare” l’intensità di un dispiacere ma fare passare il messaggio che i sentimenti si possono esternare anche in modo dignitoso, ed è bene che di questo il bambino prenda consapevolezza con la crescita: autocontrollo non significa “evitare”, significa saperle comunicare con moderazione, nel rispetto di se stessi e del prossimo.

Inutile invitare un bambino in preda a un dispiacere a “Non piangere” se poi gli si offre lo spettacolo opposto tra le mura di casa. Inutile sperare di convincerlo all’autocontrollo quando assiste a comportamenti di genitori che la calma la perdono molto spesso.

Se il bambino è in preda a una crisi di rabbia, anziché tagliare affinché smetta, forse è il caso di cogliere l’occasione per proporre un messaggio educativo di valore. Quando i bambini chiedono la nostra vicinanza o il nostro conforto, quando hanno paura, propinare le solite frasi fatte non è una soluzione.

Lasciamogli la libertà della tristezza, della rabbia e della malinconia, diamo loro la possibilità di vivere un’esistenza autentica, di confrontarsi con tutti i colori delle emozioni, anche quando sembrano così intense da scuotere nel profondo.

Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono”, scriveva Brecht.

Togliamo gli argini allora, e lasciamo che piangano se qualcosa li rende tristi, senza pretendere di giudicare quando “non serve” ma ricordiamo loro non solo che siamo al loro fianco ma che anche le emozioni più negative, se comprese, riconosciute e affrontate con serenità, sono un modo per scoprire qualcosa di più di quel mondo sconfinato che abbiamo dentro.

Valentina Desario

Spirito libero, da sempre. Appassionata di sceneggiatura, sociologia e letteratura. Copywriter, redattrice, divoratrice di libri, sognatrice con i piedi per terra. Da qualche mese totalmente stravolta dall’arrivo di un paio di occhi più limpidi dell’acqua.

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