Educare i bambini al sentimento e alle emozioni: un regalo per tutta la vita

Leggimi subito, leggimi forte
Dimmi ogni nome che apre le porte
Chiama ogni cosa, così il mondo viene
Leggimi tutto, leggimi bene
Dimmi la rosa, dammi la rima
Leggimi in prosa, leggimi prima

Bruno Tognolini

Nidi bilingue, musica, acquaticità, psicomotricità, pittura, e poi danza, pianoforte, sport vari e chi più ne ha più ne metta.

L’agenda dei nostri figli è fitta di impegni, di attività, di stimoli: ancora prima che si reggano in piedi spesso chiediamo loro di districarsi quotidianamente tra una molteplicità di nuove esperienze e sfide.

In parte è la società stessa a spingere i genitori verso questa direzione: l’incertezza economica e lavorativa, le competenze sempre più elevate che vengono richieste ai giovani per accedere al mercato del lavoro, ci inducono a “non perdere tempo”, a iniziare da subito a “prepararli” a quello che sarà, a fornire loro gli strumenti per affrontare un giorno nemmeno troppo lontano il mondo e prima imparano, meglio è.

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C’è poco spazio per la “lentezza”, tema che avevamo affrontato qualche tempo fa: per i momenti di “noia”, preziosissimi invece per i bambini, da intendersi come spazi vuoti da riempire con creatività, idee, tentativi, fallimenti, sfide e immaginazione. Momenti per perdersi con il naso all’insù, spazi personali in cui il bambino ha la facoltà di dettare il suo ritmo e di trovare se stesso, di lasciare correre il tempo nel gioco e nell’immaginazione.

Ora, al contrario, “tempo da perdere” non ce ne è più: c’è una pressione continua all’”azione” e così facendo, esattamente come per noi adulti, anche il tempo libero dei piccoli è veramente scarso. Secondo lo psichiatra Umberto Galimberti, i bambini di oggi vivrebbero costantemente sotto pressione: “Molto spesso pensiamo che offrire una vasta gamma di attività da scegliere e da svolgere, sia per loro un tutto di guadagnato. In tal modo essi possono acquisire fin da piccoli e con poche difficoltà i rudimenti di vari sport o la capacità di maneggiare vari strumenti musicali. Ma non è cosi. I bambini non sono in grado di gestire da soli gli stimoli esterni che ricevono: ciò finisce per generare in loro un sentimento d’angoscia talvolta latente che va inevitabilmente ad influenzare il loro modo di stare nel mondo, generando paure ed insicurezze”

La mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere

Nella società del benessere, quella in cui i più piccoli hanno possibilità di fare esperienze che talvolta né noi, tantomeno i nostri genitori avevamo a disposizione si rischia secondo gli esperti, di illudersi che queste nuove opportunità siano il primo requisito fondamentale per uno sviluppo armonioso, che siano in sintesi il “meglio” che gli si possa offrire. Plutarco scriveva che “La mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere”: questo concetto sembrerebbe valido più che mai anche per i più piccoli: un insieme di nozioni che si affastellano nella mente dei bambini, con tempistiche dettate dagli adulti, in realtà non rappresenterebbero affatto un valore aggiunto, il contrario.

Educare alle emozioni

Prima di preoccuparsi del fatto che il bambino acquisisca abilità “tangibili” e “dimostrabili”, bisognerebbe pensare al modo migliore di affiancarlo e aiutarlo a districarsi in tutte le sue nuove esperienze, a dare un nome ai suoi stati d’animo, ad imparare a “leggerli”. A non avere paura della rabbia, a non demordere davanti alla frustrazione, a gestire la delusione e la tristezza.

Una vera “educazione” alle emozioni sarebbe quindi la sola base solida sulla quale il bambino può acquisire fiducia in se stesso e nelle figure affettive di riferimento.

Il vero obiettivo è fornire gli strumenti per saper leggere dentro se stessi e gestire la propria emotività: solo in questo modo sarà in grado di ricorrere al proprio bagaglio interiore per affrontare la quotidianità e arricchirsi del rapporto con gli altri. Un bambino non accompagnato alla scoperta di se stesso difficilmente avrà modo di affrontare la vita in modo equilibrato e costruttivo.

educare alle emozioni

Genitori e nonni sono chiamati a un compito importante: guidare il bambino alla scoperta della vita attraverso le emozioni, raccontandole e dando loro un nome, evitando in ogni modo di lasciarlo in balia di se stesso e di un sempre più diffuso analfabetismo emotivo, deriva amarissima di questi tempi: È nel trend della nostra cultura separare sempre di più i nostri atti dalle nostre emozioni, che li accompagnerebbero se ci fosse consentito esprimere i nostri sentimenti e non solo, alla perfezione le nostre asettiche prestazioni” ricorda Umberto Galimberti, filosofo italiano.

Non solo, sottovalutare i primi anni di vita sarebbe quanto di più deleterio si possa fare: “Se nei primi tre anni di vita i bambini non sono seguiti, accuditi, ascoltati allora ci si trova di fronte ad un misconoscimento che crea in loro la sensazione di non essere interessanti, di non valere nienteCrescono così senza una formazione delle mappe cognitive, rimanendo a un livello d’impulso. Gli impulsi sono fisiologici, biologici, naturali. Il passo successivo dovrebbe essere di passare dagli impulsi alle emozioni ovvero a una forma più emancipata rispetto all’impulso. L’impulso conosce il gesto, l’emozione conosce la risonanza emotiva di quello che si compie e di quello che si vede. Poi si arriva al sentimento che è una forma evoluta, perché non solo è una faccenda emotiva, ma anche cognitiva. Il sentimento si apprende. Le mamme comprendono i bambini che non parlano perché li amano. Gli amanti, proprio perché si amano, si capiscano tra loro molto più di quanto i loro discorsi non dicano e siano comprensibili agli altri. Il sentimento è cognitivo e consente di percepire il mondo esterno e gli altri in maniera adeguata, con capacità di accoglienza e di risposta adeguate alle circostanze.

Dobbiamo convincerci che il sentimento non è una dote naturale, è una dote che si acquisisce culturalmente. Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso le storie mitologiche. Se guardiamo alla storia greca ci ritroviamo tutta la gamma dei sentimenti possibili, Zeus il potere, Afrodite l’amore, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, etc. C’era tutta la fenomenologia dei sentimenti umani. Noi invece li impariamo attraverso la letteratura, che è il luogo dove si apprende che cosa sono il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, la passione, il romanticismo. I bambini hanno bisogno di essere riconosciuti passo dopo passo, disegno dopo disegno, domanda dopo domanda. Non basta fare quattro week end giocosi per avere una relazione con i figli.  E se non si ha questo tempo, dobbiamo rassegnarci  a avere dei figli  in cui  le mappe emotive e cognitive non si formano. Queste mappe però sono fondamentali perché diventano la modalità con cui si fa esperienza, se le mappe non sono formate questa esperienza avviene a caso e non viene mai del tutto elaborata.

Il bambino quindi si affida totalmente alle figure che lo accudiscono, dando loro il compito di aiutarlo ad intercettare gli stati emotivi di cui non riesce a fare chiarezza con la speranza che l’adulto sia in grado di prendere in carico il suo momento di “sregolazione” emotiva e sappia fornire le risposte più adatte. A questo proposito sostiene Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva nel libro Educare alle emozioni: “Sono proprio i genitori, con le loro interazioni, con ciò che dicono e ciò che fanno quando il bambino sperimenta uno stato emotivo a fornirgli una competenza emotiva, a dotarlo di un’educazione che in età evolutiva si struttura, organizza e sviluppa e che poi durerà per tutta la vita. Ogni genitore dovrebbe essere aiutato (in molti casi, in realtà mamme e papà ci riescono in modo spontaneo e naturale, perché hanno un’attitudine naturale all’accudimento del loro bambino, quello che potremmo anche chiamare istinto materno e paterno) a gestire in modo adeguato ogni schema di interazione emotiva con il proprio bambino. E’ all’interno di questo schema che il bambino impara a dare un valore ai propri stati emotivi, ne comprende il significato e soprattutto apprende come regolarli. Quando il bambino piange è perché uno stato di disagio si accende in lui senza che lui sia capace di poterlo gestire. L’adulto che gli sta a fianco ne intercetta lo stato di attivazione e sregolazione, cerca di comprenderne il senso e la trasforma in gesti e parole finalizzate a promuoverne la risoluzione. In generale l’adulto deve proporre al bambino una risposta speculare e complementare all’emozione che il bambino prova. Se il bambino è triste va confortato, se arrabbiato va contenuto e aiutato a non trasformare la sua emozione in qualcosa di violento che fa male a chi gli sta accanto, se ha paura va fatto sentire protetto e rassicurato. E anche per le emozioni positive, il ruolo del genitore è fondamentale: la felicità per un bambino è tale solo se ha al proprio fianco qualcuno che gli vuole bene e con cui può condividerla”.

Valentina Desario

Valentina Desario

Spirito libero, da sempre. Appassionata di sceneggiatura, sociologia e letteratura. Copywriter, redattrice, divoratrice di libri, sognatrice con i piedi per terra. Da qualche mese totalmente stravolta dall’arrivo di un paio di occhi più limpidi dell’acqua.

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