Educare alla responsabilità: quando il saper dare rende felici

“È vero che non sei responsabile di quello che sei, ma sei responsabile di quello che fai di ciò che sei.”
Jean Paul Sartre

Da che cosa dipende la felicità? Forse è tra gli interrogativi più affascinanti a cui gli uomini di ogni tempo hanno provato a dare risposta. Ai giorni nostri spesso è un concetto che viene abbinato a ciò che si “possiede”, all’autodeterminazione, alla realizzazione di se stessi, al raggiungimento dei traguardi che ci si è prefissi, alla possibilità di scoprire il mondo, al prestigio sociale, all’ostentazione di forma fisica e benessere economico.

Quando poi si pensa alla felicità in relazione ai propri figli, viene quasi in automatico rapportarla a ciò che di buono sapranno “fare”, forse meno a quello che insegneremo loro ad “essere”.

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Educare non è facile e l’abbiamo ripetuto in tanti contesti, tutt’altro, è un grandissimo privilegio e un’enorme responsabilità. In più, la routine quotidiana, fatta di lavoro e incombenze di ogni genere rende il compito dei genitori a tratti così gravoso che talvolta si tende in buonafede a “lasciar fare” per evitare battibecchi e musi lunghi quando si è troppo stanchi per portare avanti discussioni. Il problema però è che questo atteggiamento produce a lungo andare danni ogni giorno sempre più grandi e che diventa sempre più difficile arginare.

Troppo spesso balzano alla cronaca preoccupanti episodi di bullismo, nonché vere e proprie aggressioni da parte dei genitori verso gli insegnanti che si “permettono” di valutare un compito con un “quattro” o di lasciare in panchina un ragazzo non particolarmente portato per uno sport. Il “brutto voto” o una qualsiasi disconferma non è più uno spunto per un dialogo tra genitori e figli per far loro comprendere che la scuola non è altro che una palestra della vita adulta, e che senza impegno non esistono buoni risultati.

L’insufficienza è interpretata come “oltraggio” agli studenti, che vedendo costantemente messa in discussione l’autorevolezza dell’insegnante in fin dei conti crescono credendo di non dover dare conto a nessuno, tantomeno di avere dei limiti da osservare con la certezza che c’è sempre qualcuno che li giustifichi. La responsabilità degli insuccessi in buona sostanza è sempre di qualcun altro.  E purtroppo lo scaricabarile è sempre l’anticamera di grossi problemi e cocenti delusioni.

A qualsiasi età, condizione sociale e cultura, non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità, ai doveri nei confronti di noi stessi ma anche degli altri, in primis le persone che ci stanno accanto: i nostri familiari. Far credere ai più piccoli che possano essere esenti da tutto questo è un torto che facciamo loro perché li priviamo di una grande esperienza: quella del dare qualcosa di sé, di lasciare un segno negli altri, oltre che di limitarsi a ricevere. Equivale purtroppo a non fornire loro le fondamenta di quel vivere civile necessario per muoversi nel mondo e per costruire relazioni autentiche.

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Gli psicologi su questo tema sono pressoché concordi: la strada che conduce a un’esistenza piena e soddisfacente è pressoché una ed è quella che passa attraverso il senso di responsabilità, verso se stessi e verso gli altri ed è qui che le figure educative entrano decisamente in gioco: preoccuparsi di mettere sul piatto elementi di valutazione, criteri di giudizio sensati e coerenti con cui dare un senso alle proprie azioni sapendo mettere da parte la volontà estemporanea, l’istinto e i bisogni del momento iniziando con un attento ascolto ai propri figli, alle loro parole, agli stati d’animo, cercando di comprendere profondamente quali sono i criteri che muovono le loro azioni. E si comincia presto, secondo gli esperti tra i 3 e i 6 anni a far proprio il concetto di responsabilità.

Compito dei genitori è far sì che il bambino impari a conquistarselo.

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Educare alla responsabilità fin da piccoli 

Responsabilità ha poco a che vedere con la disciplina, e nulla con la sottomissione, significa al contrario essere in grado di intercettare autonomamente i bisogni altrui, di saperli cogliere con autentico rispetto per la vita, per libertà, il benessere altrui e saper modulare le proprie azioni proprio in virtù del rispetto per il prossimo rendendosi conto che possono recare vantaggio o danneggiare chi ci circonda. Significa in poche parole essere coscienti di ciò che si fa: la responsabilità è quindi un moto che viene da dentro, non che viene indotto, tantomeno imposto.

Due sono i modi per favorire nei piccoli il senso di responsabilità: il primo viene senza dubbio dal buon esempio. Se mamma e papà agiscono a ragion veduta, se per primi si rispettano tra loro, rispettano i figli e il prossimo, sicuramente un primo passo è compiuto.

Eppure, ancora non basta. L’ingrediente fondamentale è lasciare al bambino la possibilità, la fiducia e la libertà di scegliere evitando in continuazione di impartire ordini, di dettare regole, di porre paletti, di tracciare percorsi, di indicare la via da seguire: il bambino, così continuamente incalzato imparerà ad essere obbediente ma non certo a “pensare con la sua testa”.

Se si troverà sempre e comunque davanti a scelte che non ha potuto compiere, non potrà certamente fare esperienze personali e continuerà ad affidarsi a ciò che altri hanno deciso per lui: quando i genitori non glielo impediscono, il bambino diventa responsabile con l’esempio e l’esperienza.

Quando al contrario il bambino, costantemente incalzato dalle richieste dei genitori diventa docile e arrendevole, viene spesso preso (erroneamente) come modello, quando in realtà gli è stata sottratta la sacrosanta libertà di opporsi, di manifestare la propria personalità.

Parole come “bontà”, “generosità”, “altruismo”, quando vengono pronunciate al cospetto di bambini risultano prive di significato, ciò che conta è l’esperienza che direttamente hanno la possibilità di fare e il modo il cui reagiscono di fronte alle situazioni. Davanti a un compagno di scuola ai cui genitori non possono comprare la merenda, per fare un esempio, un bambino potrebbe avvertire dentro di sé la spinta a condividere con chi ha meno possibilità di lui. Ma si tratta di  un moto che nasce spontaneo, se invece è il genitore a incalzarlo, il bambino non avrà verosimilmente fatto proprio il concetto di generosità, avrà nella migliore delle ipotesi eseguito un ordine che gli è stato impartito, in maniera automatica e senza rielaborare  l’esperienza vissuta

Il senso di responsabilità non può essere che il risultato di decisioni autonome, di scelte libere frutto di un sentire profondo: il resto va sotto il nome di obbedienza, che è tutto tranne che una virtù.

Valentina Desario

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Elena

Biologa ad indirizzo fisiopatologico, laureata con lode all’Università di Padova, nel 2007 dopo il primo “mi spiace non c’è più battito”, con mio marito diamo vita a Periodofertile.it, un punto di informazione e di incontro per donne e mamme.
Attualmente sto seguendo un Master di II livello presso l'Università di Padova in Tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita e Scienze della Riproduzione Umana.